Famiglia emozionale e famiglia generazionale

di Amedeo Piccioni * – L’attuale crisi della istituzione familiare di tipo occidentale è sotto gli occhi di tutti e molti cercano di comprenderla da punti di vista e approcci diversi. L’approccio logoterapeutico formulato da Emil Victor Frankl, di cui commemoriamo in questi giorni il primo anniversario della scomparsa, può offrire uno specifico contributo. Di lui, possiamo innanzitutto dire che è stato un “Testimone dell’Uomo”; con la sua vita e con le sue opere, ha confutato con estrema efficacia il falso insegnamento del Nichilismo che sostiene, nelle sue varie forme, il principio secondo il quale tutto è niente, compresa la vita. Egli ha dimostrato, invece, assieme a tanti altri, che la vita di ogni uomo rappresenta sempre un valore, al di là di tutte le situazioni e condizioni in cui essa si svolge. Inoltre, egli ha evidenziato che il senso ed il significato sono realtà che sorpassano il tempo presente, non sono contingenti, momentanei, legati al periodo storico, ma possiedono un carattere di eternità. Per questo, secondo Frankl, ogni uomo è come un ponte tra presente, passato e futuro poiché attraverso il confronto con il significato entrano in dialogo più generazioni. Nel lavoro teatrale “Sincronizzazione a Birkenwald”, questo concetto viene rappresentato in modo molto esplicito. Nell’opera citata, ambientata in un lager, assistiamo, infatti, prima al dialogo tra tre filosofi di epoche diverse, che cercano di fare qualcosa per l’umanità; poi entrano in scena la madre già deceduta di due prigionieri nel lager, che implora il loro aiuto per i figli ancora vivi nel lager; quindi i prigionieri stessi che cercano di trovare una via di uscita dalla disperazione della loro situazione. Nell’opera c’è come un dialogo a distanza tra la dimensione dell’oltre tempo e la dimensione temporale. Anche un angelo interviene per simboleggiare la realtà ultra-umana del significato, là dove si trova il bene del bene ed il bene del male. Assistiamo, infine, al dialogo intuito tra uno dei prigionieri, quello rimasto in vita, e gli altri, a icona della realtà per la quale, nell’eternità dell’Essere, tutto è Presente. Così, unificato nella sua storia, come momento della storia umana, l’uomo può cogliere, tramite l’intuizione profonda, le voci che vengono dal passato-eternità per farne un faro che indica la via verso il futuro. Ribadiamo: le generazioni parlano tra loro attraverso i significati. Forgiato dall’aver attraversato il fuoco dell’odio e dell’amore, Frankl ha potuto cogliere che lo smarrimento dell’uomo alle soglie del Terzo Millennio, deriva dal suo doversi confrontare con ambiti di libertà sempre più vasti entro i quali la ricerca di senso e di significato sembra sfuggirgli. Basta pensare alle enormi possibilità di scelta che la tecnologia offre nel campo concezionale per comprendere la portata di questa evoluzione. La frase: “La Vita mi ha dato un figlio”, può essere sostituita con l’altra: “Mi sono dato un figlio”. I canoni di bello, buono, giusto che prima guidavano il comportamento sono oggi subordinati alla ricerca di ciò che è piacevole, efficace, vantaggioso. Potremmo dire che stiamo passando dalle leggi dell’etica alle leggi della pratica: mi fido di ciò che mi procura piacere e soddisfazione; la tradizione era valida nel passato, ma non ora; io sono fine a me stesso e a nessun altro. Questo cambiamento di mentalità si ripercuote sulla vita famigliare come un tornado e ne sconvolge le fondamenta. L’opera citata può rappresentare uno stimolo di riflessione per ogni famiglia del nostro tempo. Infatti, nella prefazione il Prof. Eugenio Fizzotti afferma che questo scritto: “È un document Humain di alto valore esistenziale, che coglie l’uomo nella sua nudità più assoluta, al di là di appartenenze religiose, culturali, razziali, politiche, economiche.” (pag. 9) Un uomo nudo, il cui spirito è armato di una fede incrollabile nella dignità di ogni essere umano, nel valore di ogni vita e nella unità dell’Essere. Questa visione della vita si riflette sulla visione della famiglia in modo netto e sostanziale e confuta una certa cultura che ci propone una visione della vita orientata alla ricerca della felicità tramite l’acquisizione di beni e nella quale ogni cosa è subordinata al principio del piacere o, come direbbe Frankl, al principio della omeostasi. L’attuale approccio uomo-donna, ad esempio, segue tale impostazione dalla quale deriva l’imperativo: stare insieme per essere felici, oppure il suo equivalente: scegli la persona che ti fa felice. È la visione della famiglia basata sulla vita emozionale. Una famiglia così impostata segue l’andamento delle emozioni e si regge fintanto che esse hanno connotazione positiva; qualora l’emozione diviene negativa o scompare, il rapporto si disgrega ed i partner cercano una nuova realtà emozionale che risponda al suddetto imperativo: sii felice. Dobbiamo dire che ciò che fa incontrare due persone è in prima istanza un processo di attrazione che per sua natura segue il principio del piacere e la previsione dell’appagamento di desideri e bisogni, ma nella visione tridimensionale dell’uomo questa attrazione è la base di partenza dell’amore, non ne è l’unica componente e, soprattutto non ne è la finalità. L’errore, compiuto da molti ed evidenziato da Frankl, sta nel ridurre l’amore a questa sola dimensione, sta nel riconoscere la sola sfera emozionale quale costitutivo della vita di coppia. L’uomo non vive pienamente la sua specifica natura se limita la sua esistenza ai processi di piacere; egli, invece, realizza se stesso, la sua “humanitas”, nel dedicarsi ad un compito, ad una persona o ad un ideale. In altre parole, quando persegue mete e valori da realizzare al di fuori di sé. Nella vita della coppia oltre al sesso ed all’eros vi è la componente noetica, che prende il nome di Agape, la quale si esprime nella ricerca del bene dell’altro. È la felicità dell’altro che ci fa felici. Infatti, la felicità non è un fine in sé, ma è l’esito di qualcosa. Nella visione Frankliana della famiglia entrano come fattori costitutivi la capacità di autodistanziamento e di autotrascendenza dei suoi componenti. Dedicarsi ciascuno al bene degli altri è il principio etico fondamentale della famiglia. La E. Lukas afferma che una famiglia è sana quando i suoi componenti si dedicano al compito comune: il bene degli altri. La famiglia diviene allora il frutto di un atto intenzionale, rispondente al richiamo della dimensione noetica. Guardarsi da una prospettiva noetica implica autodistanziarsi dal sé egoico e vedersi da un punto di vista più alto delle nostre emozioni, bisogni, condizionamenti storici e caratteriali. Significa poter vedere, nonostante noi, al di la di noi e del nostro tempo. Frankl soleva domandare alle persone che ricorrevano a lui per consigli sulle scelte matrimoniali per quale ragione intendessero sposare quella data persona. Se la risposta era esclusivamente di tipo egoistico: “Perché mi fa felice; perché ci sto bene; perché mi ama; ecc.” Frankl invitava la persona a rifletterci ulteriormente. Se la risposta era di tipo autotrascendente: “Perché la/lo voglio rendere felice; perché voglio dedicare a lei/lui la mia vita; ecc.” Frankl li incoraggiava ad andare avanti. Possiamo definire generazionale la famiglia impostata su questa visione della vita in quanto porta in sé i processi generativi della persona sia in senso naturale che di sviluppo spirituale. In questa ottica la vita di coppia diviene l’occasione per aiutare il partner a divenire ciò che il Progetto Vitale ha previsto per lui; generare un figlio esprime sia l’amore reciproco che l’amore per la vita. Il termine Amore generativo racchiude in sé questi significati ed è certamente ad un livello evolutivo più avanzato di ciò che indichiamo come Amore possessivo o Amore simbiotico; amori, questi, che fanno dell’altro lo strumento per la conservazione delle nostre false sicurezze e divengono nel momento della difficoltà fonte di sofferenze continue ed inutili. Quante volte abbiamo visto amori che si sono trasformati in odi feroci! Quante coppie pur divise continuano ad odiarsi! Possiamo dire che nel momento della prova l’amore rivela il suo grado di evoluzione. La famiglia generazionale, genera vita, sia in senso fisico che spirituale; genera relazioni tra presente, passato e futuro. Per illustrare questo ultimo aspetto prendiamo in considerazione il culto dei morti che alcune interpretazioni psicologiche vorrebbero ridurre a semplice espressione di sensi di colpa non elaborati! Nelle famiglie generazionali, invece, esso è l’espressione simbolica di un’intuita continuità tra presente e passato. La famiglia generazionale dipana la dinamica della sua esistenza nel rispetto dell’altro, e sviluppa attenzione alle tre categorie di valori che Frankl ci ha indicato: a) valori dell’esperienza. Saper godere di ciò che la vita ci offre: la presenza dell’altro, il suo amore per noi, i figli che crescono, la famiglia che si sviluppa. Troppe volte questi valori vengono ignorati, dati per scontati, ridotti a pretese narcisistiche e non riconosciuti come doni della vita, perdendo con ciò stesso la loro carica vitale; b) valori creativi. Tutto ciò che riusciamo a fare e a realizzare per la convivenza famigliare, dagli aspetti economici e di sussistenza a quelli più difficili del dare affetto, del saper parlare o tacere al momento giusto, del dare esempio, dell’essere di guida, del sostenere, ecc., costituisce il nostro essere-per-la-famiglia. Riconoscere in questo atteggiamento creativo uno degli aspetti del nostro “essere nel mondo” porta a coglierne il valore fondativo della vita umana che supera e dà senso alla fatica che esso comporta e che molti chiamano “routine famigliare”; c) valori dell’atteggiamento. La vita ci insegna che non sempre riusciamo a modificare le situazioni che ci troviamo a vivere. In quei momenti l’uomo può compiere la sua prestazione più alta: modificare se stesso, assumere un atteggiamento intenzionale rivolto al senso ed al valore, nonostante la situazione. Sono i valori che portano al giusto senso del sacrificio e della sofferenza positiva. “Per amore, solo per amore”. Uno dei fattori dell’attuale crisi dell’istituto familiare è l’incapacità di soffrire delle persone. Qui non parliamo della sofferenza intesa nel senso della religione afflittiva, desiderata per un futuro migliore, ma nel senso della capacità redentiva che essa ha, ossia della capacità di ridare vita. Quando in una situazione di scontro si sceglie intenzionalmente, quindi non per paura rassegnazione o convenienza, ma per la visione di un valore da salvaguardare, si sceglie, dicevamo, di non “rispondere alle frecce con le frecce”, ma di dare amore per male, in quel momento si ridà al rapporto una possibilità di vita. Questo comporta, come ogni controllo sulle spinte istintive, una sofferenza, ma essa è per la vita non per la morte. Anche se non ne dovesse risultare una rinascita del rapporto (ogni nostra intenzione trova il limite nella libertà dell’altro), ci si potrà sempre riconoscere un valore realizzato, non si avranno “debiti”, e tutti sappiamo come i “debiti”, i sensi di colpa, annullino la libertà, anche di chi crede o si illude di essersi liberato. I valori d’atteggiamento consentono alla famiglia di superare le fasi di difficoltà insite in ogni esistenza di relazione che duri nel tempo. La famiglia emozionale, invece, soffre della mancanza di questi valori, e per questo naufraga contro lo scoglio del tempo portando i suoi componenti o a cercare la felicità in sempre nuove esperienze ovvero a cristallizzarsi in atteggiamenti di isolamento ed egocentricità privi d’amore. Tornando all’opera di Frankl, nell’ultimo struggente dialogo tra Franz (Viktor) il fratello Karl, ucciso un attimo prima dall’angelo-aguzzino, e la madre, morta precedentemente nel lager, quando tutto è perduto, cogliamo la fede profonda nella vita come compito, nella vita famigliare come unità: Franz: Mamma, Karl, Signore, ora sono solo, solo con voi. E ora vi prometto di terminare quel compito che forse mi immagino solamente. Ma se sia immaginazione lo deciderà quello che riuscirò a fare. Staremo a vedere. Franz: Devo crederlo! E io credo a me, a te, mamma, mamma! La Madre: Si, bambino mio! Karl: Va tutto bene Franz! Franz: Signore! Quando nulla resta, quando il fuoco dell’odio ha bruciato tutto, emerge la fede in sé e nel proprio compito, nella vita, nella storia, nel senso ultimo di ogni cosa. Aiutare le nostre famiglie a ritrovare il senso della vita significa fornirle della forza generazionale, significa renderle capaci di affrontare le difficoltà del presente, significa arricchirle del loro passato, significa lanciarle verso il futuro. Questo può essere il compito della logoterapia. Parafrasando Frankl, potremmo dire: “Se sia immaginazione lo deciderà quello che riusciremo a fare.” Per questo ogni scelta, ogni atto da noi compiuto nella libertà nei confronti di un’altra persona deve confrontarsi con il senso ed il significato. “Che senso ha amare una persona?”; “Che senso ha generare un figlio?” Onorare la memoria di Viktor Frankl in questo contesto, ci sollecita a riproporre i suoi scritti nei quali la visione della famiglia che egli aveva e ci ha trasmesso, può darci forza e senso, in questo momento di transizione, facendoci riscoprire l’uomo umano.

 

* A cura del Dott. Amedeo Piccioni
Psicologo Psicoterapeuta
Vice Presidente A.L.I.
Tel. 069331623 – 069325000

 

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