Quando un figlio muore

di Gustavo Berti e Alicia Schneider* – Questo lavoro ha l’intento di far conoscere l’esperienza di quattro anni di lavoro svolta in Argentina con i gruppi di auto-aiuto per “genitori in lutto” denominati Renacer (rinascita), condivise insieme a centinaia di genitori anch’essi provenienti da momenti di vita dolorosi, dispiaceri, compassione e amore. Il primo gruppo lo iniziammo il 5 dicembre 1988, sei mesi dopo la morte di nostro figlio di 18 anni in un incidente di moto. Mostreremo inoltre, come i principi della logoterapia possano essere applicati con successo attraverso l’esercizio della logo-attitudine, usando l’intenzione paradossa, la dereflessione e la modulazione, mentre i genitori superano il loro dolore e assumono la responsabilità delle loro vite. Sviluppo Noi consideriamo la perdita di un figlio come la sfida esistenziale più difficile, e quella per la quale non abbiamo un riferimento precedente nella nostra storia personale per aiutarci a superarla da soli. Nella maggior parte dei casi non vi è alcun tipo di aiuto adeguato da enti privati o professionisti. Come Viktor Frankl afferma: “Solo l’uomo dentro di sé può saperlo”. La sua affermazione può non essere obiettiva, la sua parte di valutazione potrebbe essere sproporzionata, ma questo è inevitabile. Questo pensiero convalida la creazione dei gruppi di auto-aiuto per quelle persone che affrontano sofferenze spirituali inevitabili. Con le parole di Elisabeth Lukas: “Dove la conoscenza scientifica fallisce, deve entrare in gioco l’umanità. Ai limiti della comprensione, l’empatia deve trovare le parole”. Durante il primo anno del gruppo abbiamo raccolto le esperienze in un modo tutto nostro. Abbiamo anche imparato da Elisabeth Kübler-Ross che il processo del dolore nei genitori in lutto sembra combaciare in modo molto stretto con le fasi che un genitore morente attraversa: 1) Shock, Negazione: “non mio figlio”, “perché me”, “perché mio figlio”. 2) Rabbia, Ribellione: “non esiste alcun Dio”, “Non vale la pena vivere”. 3) Contrattare (solitamente con Dio): “Se mi fai vedere mio figlio un’altra volta, ti prometto…” 4) Depressione 5) Accettazione Senza un sostegno sociale (gruppo), abbiamo visto i genitori soffermarsi in una delle prime quattro fasi per periodi prolungati nel tempo, a volte per anni ed in molti altri casi per sempre. Inizialmente abbiamo lavorato in un modo intuitivo, con l’idea che in mezzo a tanta avversità, avremmo dovuto non solo sopravvivere, ma anche camminare in piedi. Eravamo in quei tempi testimoni inconsapevoli della nascita “dell’indomabile potere dello spirito”, che raggiungeva in profondità la dimensione della libertà umana, non soggetta alle leggi deterministiche. Un anno più tardi “un dono da Dio” venne nelle nostre mani in forma di una piccola brochure: era la relazione di Viktor Frankl “La Ricerca del Significato da parte dell’Uomo”. Nel leggerla abbiamo sperimentato il fenomeno dello aha! Aha! Abbiamo scoperto una similitudine tra i nostri sentimenti e quelli dei prigionieri nei campi di concentramento: Di fronte al nostro figlio morto sentiamo, come fa Frankl che “tutto quello che possediamo è la nostra nuda esistenza”. Ci ha mostrato in tutta la sua crudezza e per la prima volta, la transitorietà della vita. Noi, come i prigionieri, smettiamo di vivere per il futuro, quindi l’intera struttura della nostra vita cambia. Il semplice pensiero di un futuro senza il nostro bambino diventa insopportabile. Inoltre, molti aspetti in comune con la logoterapia diventano evidenti: in particolar modo per il fatto che essa si riferisce soprattutto alla vita da questo momento in poi, lavorando con gli aspetti più forti di noi stessi, facendoci capire che non siamo vittime impotenti del destino. La questione del significato Mentre il lavoro con i gruppi procedeva, divenne chiaro quanto Elisabeth Lukas sottolinea: “Mai il significato si trova così tanto nelle menti delle persone, come dopo una grave perdita”. Tutti i parenti in lutto chiedono che significato è rimasto nella vita. Alcuni hanno paura del vuoto esistenziale percepito subito dopo, mentre altri realizzano per la prima volta che esso è stato il loro compagno di strada da sempre. Proprio come Frankl dice ai sui compagni prigionieri noi facciamo lo stesso nel gruppo: non importa che cosa ci aspettiamo dalla vita, ma piuttosto che cosa la vita si aspetta da noi. Dobbiamo smettere di porci domande sul significato della vita, ma piuttosto vedere noi stessi come coloro che sono interrogati dalla vita. Il modo in cui noi rispondiamo a queste domande farà la differenza tra una vita piena di significato – forse per la prima volta – o una vissuta nella disperazione e nella tristezza. Inoltre, farà la differenza tra il trovare un significato nella morte dei nostri bambini, o il piangere all’infinito sulle domande che non hanno risposte, permettendo che la nostra vita venga distrutta dalla persona che amiamo di più. Se la nostra scelta è la prima, vivendo la nostra vita nel nome dei nostri figli, noi li facciamo trascendere nel modo stesso in cui la viviamo. In altre parole, essendo responsabili. Nel caso in cui i genitori perdono il loro unico figlio, o tutti i loro figli, la loro attitudine è di congedare la vita dicendo “non vale la pena di essere vissuta”. Come i prigionieri nei campi di concentramento, essi sentono che non hanno niente per cui vivere, la loro vita sembra essere priva di significato. E’ in questi casi che i pensieri di Frankl dimostrano di essere molto veritieri: “Tu potrai pure non aspettarti niente dalla vita, ma la vita si aspetta ancora qualche cosa da te”. Noi sottolineiamo che, come esseri singoli ed unici, ci meritiamo di vivere una vita piena di significato, e la nostra sfida è di vedere quale compito la vita ha per noi da adempiere. Nessuno può vivere la nostra vita per noi, il gruppo può sostenerti, aiutarti, amarti e guidarti per trovare la tua strada, ma non può sorreggere il tuo malessere individuale. La nostra unica opportunità si trova nel modo in cui noi portiamo il nostro peso. Il sapere che la nostra sofferenza può avere un significato, ci fa realizzare la sua opportunità nascosta per il raggiungimento di un obiettivo, e la rende più facile e più dolce da sopportare. Secondo V. Frankl, vi sono tre strade principali con le quali una persona può arrivare al significato della vita, e noi le abbiamo verificate anche nel nostro gruppo: 1) attraverso la creazione di un lavoro, o compiendo delle gesta; 2) attraverso una particolare esperienza o incontrando qualcuno; 3) attraverso la modulazione dell’atteggiamento, quando perfino nella più disperata delle situazioni, l’uomo riesce a risollevarsi, andare oltre, far diventare una tragedia personale un trionfo. E questo succede ai genitori quando scelgono di sopportare la loro sofferenza con dignità, quando emerge la loro saggezza, diventano più disposti ad amare e recettivi nei confronti del loro amico bisognoso, pronti a stringere la mano e a prestare aiuto. Sapere che quando si è messi a confronto con l’irreversibile, con ciò che non può essere cambiato, l’uomo possiede ancora un’ultima delle libertà umane: scegliere il suo atteggiamento nell’affrontarlo. Sarà come la foglia debole, soffiata via dal vento, o come l’albero alto, forte eppure flessibile, che si piega ma rimane eretto, una volta che è passato l’uragano? E in questo modo, i genitori nel nostro gruppo sono una testimonianza reale che, come afferma Frankl: “esiste una dimensione nell’uomo che lo aiuta a trascendere verso obiettivi oltre se stesso, verso un significato più alto dei bisogni personali”. E sappiamo che di ciò dobbiamo molto ai nostri figli e anche a noi stessi. Negli incontri di gruppo tre casi o stadi sono seguiti: CATARSI: Il genitore appena arrivato viene invitato, se si sente di farlo, a condividere la sua esperienza con il gruppo; per alcuni è necessario più di un incontro prima di aprirsi. L’obiettivo di questo stadio è consentire al genitore di verbalizzare tutte le sue paure, tutta la sua rabbia e il senso di colpa, tutti quei sentimenti che gli provocano dolore. Il gruppo in questo stadio, mostra un sostegno ed un’accettazione incondizionata, contenendo ed ascoltando. L’intento è di far rivivere, esplorare ed esaminare la realtà dolorosa affinché il genitore realizzi di fronte al gruppo la situazione nella quale si trova, qui e ora e prende coscienza che non è più solo a sostenere se stesso, e che non è il solo a soffrire. L’esprimere la sua esperienza dolorosa in piena libertà permette al genitore di “chiarire le sue cose”, mettendo un po’ di ordine nel caos dei suoi sentimenti e sensazioni, una caratteristica di questo stadio. Gli permette, inoltre, di oggettivare questi sentimenti, e di prendere una distanza dalla sua realtà per essere in grado di passare allo stadio successivo. In questo caso i sentimenti di colpevolezza e di perdita del rispetto personale sono predominanti e il pericolo dell’iperiflessione esiste. Abbiamo notato che “risolvere le cose adesso” non è appropriato in questo momento, ma al contrario è il qui ed ora che devono essere considerati ed il futuro deve essere pianificato. Il gruppo mostra al genitore la futilità del guardarsi indietro, visto che non si può cambiare niente, ma allo stesso tempo sottolinea il potenziale positivo nella colpevolezza e ciò che si può imparare dai nostri errori in modo da non ripeterli. Un’attitudine, questa, riscattante che aiuta a riacquistare il rispetto di se stessi. ILLUMINAZIONE: a questo punto lo stadio della catarsi lascia il posto alla fase dell’illuminazione che inizia con l’accettazione della realtà, quando cioè il genitore viene posto di fronte al fatto: “Non avrò mai più mio figlio con me”. E’ a questo punto che come genitori dobbiamo imparare a “lasciarli andare con il nostro permesso”. Dopotutto questa è la cosa più importante che hanno fatto: potrà non piacerci, ma glielo dobbiamo per rispetto. Riteniamo questa una fase molto importante lasciare alle spalle la rabbia e la ribellione e di concentrare nel rispondere alla domanda: “Che cosa farò della mia vita da questo momento in poi?”. Nel momento in cui il genitore si distacca dai suoi sentimenti, che fino a quel momento non gli hanno permesso di vedere le cose in modo chiaro, ed accetta la realtà, egli può ascoltare e considerare le idee positive e le prospettive espresse dei membri del gruppo che già hanno vissuto quel momento, ed applicarle alla sua realtà. L’obiettivo di questo stadio è di offrire al genitore l’opportunità di vedere se stesso riflesso negli altri genitori, che si comportano come degli specchi; aiutandolo a muoversi in avanti verso l’accettazione comprensiva e verso la trascendenza dei sentimenti negativi, sostituendoli con sentimenti più positivi e costruttivi. Questo stadio aiuta a chiarire concetti ed idee che sono stati considerati, fino a quel momento, in una prospettiva completamente negativa. Particolarmente utile è in questo caso l’esercizio della dereflessione. Ai genitori viene mostrato come questa stessa situazione e i sentimenti possano essere visti da un punto di vista completamente opposto, molto più confortante e costruttivo, e un’enfasi viene posta negli aspetti positivi della vita della persona, affinché rappresentino i suoi punti forti che lo sosterranno da quel momento in poi. Mentre si scoprono altre cose positive, il genitore è adesso capace di vedere che la vita è nuovamente un progetto fattibile, sebbene in un modo diverso. Fino a quel momento il dolore lo aveva reso conscio dei suoi bisogni e nessuno soffriva più di lui. Adesso egli include altri nelle sue considerazioni, e il semplice raggiungerli per dargli una mano rende la sua sofferenza molto più facile da sopportare. La dereflessione viene intesa dalla logoterapia come una liberazione dalla egocentricità e dalla iperiflessione, la Lukas la definisce: “Un colpo nello spirito umano”. Prima il genitore trascende il suo dolore, prima sarà in grado di assumere la responsabilità della sua vita. Durante questo stadio i genitori portano delle domande molto precise: “Come prepararsi e vivere delle ricorrenze speciali come anniversari, compleanni o la festa della mamma?”. Solitamente l’intenzione paradossa viene applicata in modo intuitivo mentre la ricorrenza si avvicina, poi passa, cosicché i genitori realizzano che si erano preparati a un giorno terribile e che lo hanno sorprendentemente superato in un modo relativamente calmo e con serenità. Una volta che imparano che non possono aver paura di ciò che desiderano essi iniziano ad usare l’intenzione paradossa in modo intenzionale. Pianificazione della vita Nel momento in cui il genitore trascende i sentimenti negativi che gli provocano disagio, la vita può nuovamente essere presa in considerazione, cosa che non era stato in grado di fare dalla morte del figlio. Il sostegno e la guida continua del gruppo, aiuta il genitore a trovare un nuovo significato della sua vita. Un significato che rileverà dal passato tutto ciò che è adeguato ad affrontare questa nuova realtà in modo da proiettarsi verso un futuro pieno di speranza. Un significato che Renacer pone nel più umano dei valori: i valori spirituali di atteggiamento. Adesso il genitore vede se stesso in una prospettiva diversa. Egli intende il suo valore sociale come referenza di forza, coraggio e compassione verso il suo simile, e il rispetto per se stesso è pienamente reinstaurato. Egli è fiero di avere raggiunto un significato nella sofferenza, e di aver tramutato una tragedia personale in un trionfo.

Bibliografia

 
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In principio era il senso. Dalla psicoanalisi alla logoterapia.- Queriniana 1995.
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“Logoterapia e analisi esistenziale” – Morcelliana 1977.
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“Un significato per l’esistenza. Psicoterapia e Umanesimo” – Città Nuova 1990.
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“Uno psicologo nei lager” ARES, Milano, 1996 (9° ed.)
KUBLER-ROSS E.
“La morte e il morire” Cittadella 1992
LUKAS E.
“Dare un senso alla vita. Logoterapia e vuoto esistenziale”. – Cittadella 1980.
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“Dare un senso alla sofferenza. Logoterapia e dolore umano” Cittadella, Assisi, 1995 (3° ed.)

*Dr. Gustavo Berti, M. D.
Prof. Alicia Schneider Berti, PH.D.
Fondatori della rete di gruppi auto aiuto
Argentina


 

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