Valorizzazione e counseling nelle organizzazioni scolastiche

di Alfredo Bianco - Il problema della cosiddetta “valorizzazione delle risorse umane” ,che rientra istituzionalmente tra le attribuzioni dei dirigenti scolastici ,ma che può sicuramente essere esteso anche al compito ,non facile per i docenti ,di un’attualizzazione, per così dire “maieutica”, delle potenzialità personali dei discenti, è direttamente collegabile ad alcuni fondamentali assunti della dottrina di Frankl : al di là dei condizionamenti somato-psichici (dei quali pur si dovrà tener conto),infatti, la problematica educativa è centrata fondamentalmente sul piano noetico, sull’attenzione ,cioè, che l’educatore riesce ad ottenere rispetto all’attribuzione di significato che ciascuna persona via via esercita nei confronti di situazioni, esperienze ,relazioni nelle quali si immerge.
Chiamando a sostegno delle sue riflessioni la Gestaltpsycologie di Wertheimer , Frankl enfatizza la “capacità intuitiva della coscienza di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione” ,proprio come le “buone forme” percettive si impongono di colpo, in modo esigenziale ,alla visione, emergendo da uno sfondo la cui struttura lo consenta. Insomma – così ancora Frankl – “il significato non si riferisce solo ad una determinata situazione, ma anche ad una determinata persona. In altre parole il senso muta non solo di giorno in giorno e di ora in ora, ma cambia anche da uomo ad uomo”.
Sembra di sentire in queste parole l’eco di una massima di Epitteto ,filosofo del I sec.d.C.(tra l’altro citata da Watzlawick, Jackson e Beavine in Pragmatica della comunicazione umana” ) che sentenziava :”Non sono i fatti che contano, ma i significati che attribuiamo ad essi”.
In una cornice siffatta affiora con evidenza l’importanza che assume la funzione di counseling degli operatori scolastici nella valorizzazione delle potenzialità personali : non si tratta soltanto di tutorship (monitoraggio orientativo dello sviluppo di competenze) o di empowerment (riconoscimento e sfruttamento dei punti forza e fiducia nella capacità di esercitarli),ma di un vero e proprio accompagnamento alla comprensione dell’atteggiamento significativo, che ciascuna persona può assumere nei confronti delle situazioni problematiche e che indichi la tensione assiologica, il senso ,la direzione finalistica dell’utilizzo delle proprie potenzialità.
Ma per quale motivo abbiamo giocato la nostra riflessione sulla nozione di counseling ,anziché limitarci agli sviluppi pedagogici della dottrina logoterapeutica ?
Una prima risposta può essere collegata alla funzione unificatrice che la definizione di counseling sta esercitando sulle più svariate scuole di psicologia (da quella dinamica a quella gestaltica, dalla psicosintesi alla riprogrammazione bioenergetica ,dalle teorie sistemiche a quelle comportamentistiche,dalla “client centered therapy “al contestualismo intersoggettivo-costruttivista ecc.) : scorrendo le pagine di una recente pubblicazione della S.I.Co ,ho contato ,solo tra quelle accreditate, circa una ventina di scuole di counseling : approfondendo i vari interventi, tuttavia, ho compreso che tutte le proposte riconducevano l’arte (come preferisce definirla R.May ) del counselor ad alcuni principi comuni ,tutti, in qualche modo, riconducibili o collegabili alla dottrina frankliana . Proviamo ad elencarne alcuni .
§ Qualsiasi forma di relazione di aiuto ,prima di affidarsi a delle “tecniche”, dovrebbe fondarsi su di un autentico incontro umano : “Si è più volte ripetuto che il metodo e la tecnica impiegati sono quelli che meno di tutti risultano efficaci. E’ piuttosto decisivo l’incontro umano” .E’ chiaro che qui viene affermata l’esigenza di un rapporto empatico (C.Rogers),di una sintonizzazione affettiva (D.Stern) nel campo intersoggettivo della relazione facilitante. Il valore di tale impostazione in ambito scolastico ,soprattutto laddove si assiste ad una “elefantiasi”, ad una eccessiva enfatizzazione di test, tassonomie, categorie conoscitive di generalizzazione ed omologazione (pensiamo ad.es. alla limitatezza di alcuni descrittori informatizzati che ,per velocizzare i momenti valutativi, finiscono col dimenticare la dimensione più autentica ed irripetibile della persona-discente), è indiscutibile.
§ Il risultato di una interazione colloquiale non dipende solo dalla preparazione del facilitatore : in analogia con la psicoterapia si può riprodurre nel rapporto di counseling l’equazione interpersonale così descritta da Frankl : ” l = x + y” , laddove il lambda sta per logoterapia e le incognite x e y rappresentano le individualità uniche e singolari degli interlocutori.
Ciò è in piena linea con la recentissima transizione delle teorie psicodinamiche classiche verso un’impostazione costruttivista : secondo M.Gill , S. Mitchell, Orange ,Atwood e Stolorow -ad esempio – il rapporto intersoggettivo è alla base della stessa struttura delle individualità che vi sono immerse : la qualità relazionale (come del resto avevano scoperto i cultori della teoria bowlbiana dell’attaccamento e dell’”infant research”) è l’alimento principale di una facilitazione efficace. I concetti di reciprocità, responsività, riparabilità ,scaffolding emozionale,,che ricorrono in tali ricerche ,sono perfettamente allineabili con la nozione frankliana di tensione teleologica, implicita ,quindi, nella stessa situazione terapeutica o ,aggiungiamo noi, di counseling, verso significati unici e irripetibili da cogliere e vivere sia sul piano emozionale, sia su quello interpersonale : “E’ del tutto ovvio che una trasposizione esistenziale oltrepassi, come nel concetto di transfert ,i limiti di un procedimento puramente intellettuale e razionale, poiché si radica nell’emozionalità, mettendo ,in tal modo in attività un accadimento di tutto l’uomo, nella sua globalità.” .
§ La valorizzazione della persona è radicata nel concetto di “aiutare ad aiutarsi”, non di fornire soluzioni già confezionate. Il rapporto di counseling è un rapporto educativo nel senso etimologico di ex-ducere (“tirar fuori” e, quindi ,far passare dalla potenza all’atto, maieuticamente, capacità ancora in nuce. Ciò è implicito nelle ripetute affermazioni di Frankl che un significato “non può essere dato. Esso deve essere trovato .Per ogni interrogativo c’è soltanto una risposta; per ogni problema c’è solo una soluzione, quella giusta. Allo stesso modo, in ogni situazione c’è solo un significato, quello vero. Si tratta di trovarlo, e la coscienza viene in aiuto per una tale ricerca[…] In breve la coscienza è un organo di significato.”
In ambito scolastico frequentemente discenti, genitori ed operatori chiedono ai dirigenti o ad
esperti una risoluzione predefinita rispetto a problemi che coinvolgono reti complesse di
rapporti umani : in tali contesti un’azione di counseling non può che tentare di mobilitare
le risorse già esistenti nel campo interattivo ,mediante una centratura sui valori che fondano
il senso ,la direzione assiologica, delle varie interpretazioni situazionali, per cercare una direzio-
ne e, quindi, un significato co-costruito : le recenti teorie costruzioniste ci orientano in tal
senso. Esse cercano di coniugare la mediazione con le differenze,gli artefatti con la pluralità di
risposte che le varie culture danno alle domande fondamentali dell’esistenza. Il costruzionismo
,lungi dal costituire una “deriva ” relativistica ,si traduce nella ricerca di valori comuni :di
ciò che unisce ,pur nella distinzione, rispetto a ciò che divide (questa, ad esempio, dovrebbe
essere la funzione più autentica del cosiddetto portfolio ):in effetti ,ci suggerisce ancora Frankl,
la soluzione dei problemi scaturisce non per intentionem ma per effectum rispetto al reperimen-
to di valori in cui credere e per i quali qualsiasi fatica o frustrazione può alimentare una capacità
metamorfica ,trasformando, al limite, anche la sofferenza in prestazione. Un dirigente, un do-
cente, un genitore,uno studente, che crede nella sua mission ,ha già – come dimostrerebbe
N.Luhmann – “sconfitto” il tempo, il determinismo temporale, proiettandosi in un futuro ,che
pur modellandosi sulle esperienze già note e familiari, le ri-crea in un’altra dimensione, che ne
riduce ,attraverso la fiducia -definita prestazione supererogatoria – la complessità. Ciò vuol dire
che il solo valore della fiducia è in grado di apportare energie risolutive a problemi, apparente-
mente molto complicati, accelerandone il superamento e costruendo la condizione di base per
forme di empowerment interpersonale. Ancora una volta ciò che conta non è la situazione ma
l’atteggiamento assunto nei suoi confronti. “Nessuna situazione della vita è priva di significato.
Questo vuol dire che gli stessi elementi che apparentemente sembrano segnati dalla negatività,
possono essere sempre trasformati in una conquista ,in un’autentica prestazione, a patto che si
assumano nei loro confronti un atteggiamento e un’impostazione giusti.” In questo modo
Frankl tocca anche il tema della creatività ,che consiste, quindi, non tanto in una moltiplicazione
di soluzioni tecniche ai problemi, bensì in un ampliamento degli orizzonti valoriali e nel tentati-
di riconoscimento dell’altezza alla quale si pongono ,onde evitare false “collisioni”.
§ L’enfatizzazione della libertà da un lato, e della pressione dei condizionamenti situazionali, dall’altro, non può non coniugarsi con l’assunzione di responsabilità personale rispetto alle scelte effettuate : se è vero ( e noi ci crediamo !) che “viviamo nell’epoca del vuoto esistenziale e del sentimento di mancanza assoluta di significato…il compito dell’educazione non consiste nel trasmettere delle conoscenze e delle nozioni, ma piuttosto nell’affinare la coscienza in maniera tale che l’uomo possa scorgere le esigenze racchiuse nelle singole situazioni…Ciò vuol dire che l’educazione è valida nella misura in cui è educazione alla responsabilità…Solo una coscienza sveglia ed affinata rende l’uomo capace di ‘ prendere posizione contro’ ,cioè di non cadere nel conformismo e di non piegarsi al totalitarismo”.
Notiamo con soddisfazione la sollecitazione di Frankl a rispondere anche in modo divergente alla abnorme stimolazione ed ai tentativi, anche occulti, dei mass-media di costruire un nuovo determinismo “di rete”, se l’individuo non viene educato allo sviluppo della coscienza critica, anche nei confronti dello stesso sistema in cui è immerso : la pretesa di alcune istituzioni scolastiche di risolvere ogni problema mediante un senso acritico di appartenenza ad esigenze localistiche , collide inevitabilmente con la formazione responsabile della personalità di alunni e operatori , che dovrebbero scegliere i valori culturali in una dimensione transcontestuale : come giustamente afferma M. Backhtin ” Non dobbiamo immaginare il regno della Cultura come uno spazio con delle frontiere ed un territorio al suo interno. Il regno della cultura è interamente distribuito lungo le frontiere. Ogni atto culturale vive essenzialmente sulle frontiere, Se viene separato da esse perde il suo fondamento, diventa vuoto ed arrogante, degenera e muore.”
Anche nel campo delle teorie psicologiche tale monito è molto importante : e Frankl lo riconosce apertamente quando parla di “sano ecletticismo…esso non procede in maniera additiva…ma tenta di riordinare i singoli punti di vista delle diverse dimensioni dell’essere-umano, integrandoli nella totalità della realtà umana “.La portata di una tale affermazione può aiutare ogni forma di counseling scolastico, inteso a riconoscere l’enorme potenzialità di una oculata educazione interculturale ,di stampo umanistico (E. Fromm aveva in “Avere o Essere ?” condiviso la medesima esigenza “La fede che ripongo in me stesso, in un altro, nella specie umana, nella nostra capacità di assurgere a piena umanità implica certezza, ma una certezza che si fonda sulla mia propria esperienza,non sulla mia sottomissione ad un’autorità che impone una certa credenza….La fede ,secondo la modalità dell’essere non consiste solo nel credere a certe idee, ma è un orientamento intimo è un atteggiamento”).
La seconda ragione dell’ utilizzo di un atteggiamento di counseling, inteso anche come costante disponibilità del dirigente al coordinamento della gestione della problematicità nei rapporti educativi, è dovuto al fatto che si assiste nella scuola ad una enorme diffusione di termini metodologici ricchi del prefisso meta,che indica il passaggio ad un livello superiore di riflessione : H.Gardner ,ad esempio, in Disciplined mind , non esita a parlare di capacità metacognitive, metarappresentative e metamnemoniche . V.E. Frankl aveva sicuramente intuito tale esigenza con il concetto ,non solo di piano noetico (che è un metalivello rispetto al somatico ed allo psichico) ma soprattutto con la nozione di autodistanziamento : essa sostituisce il “meccanicismo” funzionale delle cosiddette difese (che agirebbero-secondo le teorie psicodinamiche – in modo distorsivo nell’inconscio) con la capacità cosciente di sfidare il presunto determinismo di una situazione conflittuale o problematica, distanziandosi spiritualmente mediante una superintenzionalità (o intenzione paradossa) che si diriga nel senso opposto rispetto alla costrittività contestuale : è un piano metapsichico, che può attingere risorse peculiarmente umane come ,ad esempio, l’ironia o l’umorismo :” nessun animale -afferma Frankl- può ridere. E tanto meno può farlo un computer” .Sui diversi livelli metainterattivi dell’ironia e sulla bathmologia(scienza dei livelli comunicativi) di R. Barthes si è soffermata ,in modo sicuramente accattivante, M.Mizzau nell’omonimo testo : a noi basta sottolineare la completezza del pensiero frankliano anche in questo senso e l’enorme carica applicativa nel campo pedagogico ,per la sdrammatizzazione di pseudoproblemi, spesso alimentati,in una prospettiva di “coazione a ripetere” dagli stessi operatori scolastici, qualora il determinismo di quanto già accaduto prenda il sopravvento sull’orizzonte d’attesa e sul campo sconfinato delle possibilità, che solo un orientamento teleologico progettuale può illuminare. Ma Frankl va sicuramente oltre il prefisso meta, arricchendolo con una ulteriore possibilità : non è detto, infatti,che la iperriflessione costituisca una panacea : nella maggior parte dei casi l’azione di counseling dovrebbe basarsi anche sulla possibità di dereflessione e di autotrascendenza . Continuare ad approfondire ,sia pure ad un metalivello cognitivo, le problematiche personali è meno risolutivo ed axiologicamente più povero che non operare un salto di qualità autotrascendendo i propri condizionamenti : la metafora dell’occhio, ammalato di cataratta ,che vede solo se stesso è arcinota ai lettori di Frankl .Ne risulta la necessità di dirigersi verso valori trascendenti il proprio particulare ,verso il valore insito nella solidarietà interpersonale, nell’amicizia, nell’amore, nella fede in una ragione che nobiliti la vita ,in un significato assunto come compito fondamentale del nostro esistere :ciò va oltre la semplice autorealizzazione. “L’occhio deve poter vedere oltre se stesso. Parimenti per l’uomo. Quanto più va al di là di se stesso e si dimentica nel dono ad una causa o ad un’altra persona, tanto più è uomo e quindi realizza se stesso. L’oblìo di sé porta alla sensitività e il dono si sé porta alla creatività”. Il corsivo dei due termini è intenzionalmente voluto dall’Autore che aggiunge “sul fondamento della sua autotrascendenza l’uomo è un’essenza alla ricerca di un significato”. Il corsivo, appunto, evidenzia due importanti caratteristiche del counseling, scolastico e non, che si traducono nella massima attenzione all’ascolto e alla intenzionalità implicita dell’interlocutore (cogliere, accogliere, elaborare e restituire i messaggi ,anche se non verbali e diretti) e nell’accompagnamento all’esplorazione o alla generazione di nuove o ancora latenti possibilità esistenziali (valori creativi : dare al mondo; valori esperienziali : prendere dal mondo; valori di atteggiamento : attribuire significato a ciò che responsabilmente si sceglie ).
In alcune mie precedenti pubblicazioni ho cercato di dimostrare che l’ampliamento dell’autonomia scolastica ha indotto una trasformazione della vita di tali comunità da un piano istituzionale – impostato in modo burocratico e procedurale ,che privilegiava cicli sequenziali predeterminati
e con ridotta flessibilità innovativa, ad un piano organizzativo ,nel quale la base di ogni scelta è la costruzione di consenso : una leadership educativa che -come afferma T.Sergiovanni – dovrebbe tradursi in una mediazione oscillatoria tra lifeworld e systemworld , tra mondo vitale ,concreto, fluente e mutante nel tempo e mondo cristallizzato dei sistemi istituzionali ,che ,del resto, devono poter offrire la certezza di diritti e doveri codificati e stabili (anche se sempre interpretabili dinamicamente),può fare largo uso della dottrina logoterapeutica ,sia per sostenere alcune modalità di counseling ,sia per la formazione del personale ,per i motivi che, in base alla mia esperienza, cerchero’ di riassumere di seguito.
1. Presenza di “vuoti assiologici” e di confusione valoriale ,polverizzazione dei ruoli, contraddizione tra visibilità e trasparenza. La comunità scolastica è costretta ,per la sua stessa natura mediante, a filtrare con fatica i grandi problemi del nostro tempo. L’Avere -direbbe Fromm – ha preso il sopravvento sull’Essere :il successo personale è caratterizzato dalla esibizione di apparenze simboliche costruite per esaltare la visibilità di chi lo detiene. I ruoli familiari, sociali, professionali si stanno trasformando in modo esponenziale e finiscono con il perdere le caratteristiche della leggibilità : spesso gli studenti accusano il disagio di non saper neanche più riconoscere le parentele familiari laddove un padre ha generato figli con più donne o mogli, una madre cambia continuamente partner , i fratelli sono tali solo a metà …Anche le professioni appaiono instabili, trasformate continuamente dalle necessità di mercato, poco riconoscibili nella loro carica valoriale . E’ come se – per dirla con Goffman – la Scena avesse preso definitivamente il sopravvento sul Retroscena , nel quale ,dopo l’opacizzazione di ogni trasparenza, la contraddizione tra visibilità e sostanza è ormai totale :”Il Retroscena può essere definito come il luogo dove l’impressione voluta dalla rappresentazione stessa è scientemente e sistematicamente negata” .
Tutto ciò nella prospettiva frankliana va combattuto con un “approccio ontologico, secondo cui il bene e il male sono definiti in termini di ciò che promuove, oppure blocca il raggiungimento di un significato” . In altri termini l’Autore considera attività “centrifughe” quelle tipiche dell’apparire e “centripete” quelle tipiche dell’Essere :”Volare lontano dal proprio io consente di evitare il confronto con il vuoto esistente nel proprio io[…] Ci occorrono nuovi tipi di attività che consentano la contemplazione e la meditazione “.
Sicuramente – aggiungiamo noi – l’ascolto e la retroflessione attiva del counseling possono essere considerate attività centripete, nella misura in cui inducono l’interlocutore all’ insight dei propri punti di forza o debolezza, dei propri desideri, delle proprie tensioni progettuali.
2. Disorientamento in età evolutiva. Spingere i giovani allo sviluppo di una crescente autonomia ,intesa come libertà da qualcosa o di fare qualcosa non è sufficiente : occorre aggiungere la conquista della libertà per qualcosa ,per un progetto da portare a termine con coerenza e fiducia ,una volta che se ne sia compreso il senso cioè la direzione di sviluppo e, quindi, il valore finale . La mancanza di una sfida teleologica ,infatti, induce i giovani a colmare i vuoti di significato vivendo esperienze -limite (la ricerca del pericolo, e di rischi di vario genere, l’evasione in” paradisi artificiali”),tutte caratterizzate da forme di dipendenza, e, quindi, da una locomozione regressiva sul piano noetico. E’ molto importante far sperimentare ai giovani in età evolutiva ciò che Bandura definiva “perceived self efficacy” o autoefficacia percepita : la chiave di volta è -come direbbe Frankl – che ad ogni sia pur piccolo incremento di libertà dovrà corrispondere un pari aumento di responsabilità. Portare a termine un processo iniziato richiede coscienza della mèta e conoscenza realistica delle difficoltà del cammino da percorrere.
3. Inammissibili conflitti tra diversi orientamenti psicologici . Si assiste ,ormai da anni, a frequenti, se non costanti, interventi di professionisti extrascolastici (in genere psicoterapeuti) per delegare loro la risoluzione (?) di complessi problemi umani ,la cui ricaduta scolastica è inevitabile .Pur sospendendo qualsiasi giudizio sull’atteggiamento di delega, si rileva spesso che l’avvicendamento di esperti di diversa formazione ,legati a progetti multipli (Comune, Provincia, C.S.A., Reti di scuole, ecc.) produce forme di disorientamento sia negli operatori scolastici, sia negli utenti : a noi sembra che ,al di là della stima per le singole persone, forse solo l’atteggiamento del logoterapeuta si nutre di ciò che Frankl chiama “sano eccletticismo”: abbiamo visto sopra che non è la tecnica ,che può essere modulata a seconda dei casi, ma la disponibilità umana ad un incontro autentico ,ad avere reale efficacia.
4. Esigenza di una testimonianza umana ,e non solo teorica, di leadership. Chi dirige una scuola ,ma anche chi interviene su gruppi di alunni con la responsabilità di docente, non può
trincerarsi dietro barriere di parole ,non testimoniate da coerenti condotte di vita . Qualsiasi forma di facilitazione e di accompagnamento nei confronti di chi chiede ,esplicitamente o implicitamente, aiuto esige un preciso e maturo atteggiamento da parte di chi assume il ruolo del counselor : si tratta – come è noto – di quella forza interiore che consente di astenersi dal giudicare ,dall’indagare, dall’interpretare, e addirittura dal rassicurare (quest’ultima forma interlocutoria che potrebbe essere considerata valida ,infatti, finisce con l’indurre iperdipendenza). La chiave della testimonianza dell’ essere-con è l’atteggiamento di attenta comprensione dell’altro come persona-valore e di fiducia percepibile nelle sue risorse e potenzialità. E’, in fondo, una forma di autentica autotrascendenza a favore di una precisa missione da compiere con continuità e coerenza.
Concludiamo condividendo pienamente le seguenti parole di Frankl a proposito dell’amore interpersonale ,che – in coerenza con quanto sopra esposto – è il fondamento di ogni possibile ed autentico incontro di counseling : “Intendiamo per amore quell’atto umano spirituale col quale avviciniamo un’altra persona nella sua essenza, così com’è, in ciò che ha di unico e insostituibile, ma non solamente nel suo essere, così com’è, ma anche nel suo valore, nel suo dover-essere”

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