ETICA E DEONTOLOGIA MEDICA

La riflessione sulla formulazione di un comportamento deontologico comune a tutti medici europei è stato stimolato con l’estensione della carta europea dei diritti del malato presentata a Bruxelles il 15 novembre 2002 come risultato del lavoro promosso da Active Citizenship Network e sottoscritta da organizzazioni civiche di 11 Paesi europei dove si esorta i professionisti sanitari di tutti i Paesi dell’Unione Europea a pensare ed a riflettere con rinnovato interesse, orientandoli ad una responsabilità modulata autenticamente sull’adagio della scienza e della coscienza.

I 14 punti proclamati dalla Carta europea dei diritti del malato non rappresentano enunciati astratti ma, dando concretezza ai diritti fondamentali della persona dichiarati dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Unione Europea e dal Consiglio d’Europa, promuovono un elevato livello di protezione della salute umana e la qualità dei servizi sanitari erogati a tutti i cittadini. Viene quindi offerto un filo conduttore che rappresenta uno strumento–guida transnazionale in grado di offrire un indirizzo ad esercitare una medicina sostenuta non sui soli “mezzi” (le disponibilità scientifiche e le disponibilità economiche) ma anche sui “modi” (i valori e la personalizzazione della cura), che applichino la “scienza” nel rispetto della “coscienza”.

Pur essendo stati enunciati una serie di principi etici dalle molteplici realtà culturali, sociali, religiose, in realtà a livello europeo non ci si è ancora confrontati su argomenti di tale natura, né tantomeno si è studiato il rapporto tra i valori enunciati ed i vari codici deontologici e le leggi di ciascun Stato membro, cosicché tali traguardi sul piano reale appaiono problematici tanto da rappresentare una sfida per l’universo medico europeo in merito alla constatazione fondamentale che la stesura dei codici deontologici non esauriscono i dibattiti etici sulla base dei quali essi sono realizzati, dibattiti che evidenziano permanenti conflitti per le diverse visioni etiche tra coloro che nonostante tutto si riconoscono politicamente ed economicamente nell’Europa.

Emerge dunque l’opportunità di orientare l’attenzione su quanto concerne il rapporto tra etica medica, da una parte, e deontologia medica e norme giuridiche dall’altra. Fatte salve la loro continuità e complementarità appare comunque opportuno cercare di non rivendicare un primato dell’etica sulla deontologia e sul diritto, o viceversa, almeno in questo contesto in quanto ci troveremmo a dover far competere teorie filosofiche con le scienze biomediche e giuridiche con le quali le metodologie di confronto sono difficili da uniformare.

L’etica medica tradizionale, ai suoi inizi, non era un’etica deontologica, ma era soprattutto un’ etica delle virtù, cioè un’ etica che descriveva le caratteristiche che doveva possedere un medico per essere un buon medico che venivano identificate nella compassione, dedizione, amore per l’ umanità, disinteresse, e tale credenza, o la speranza, che i medici possedessero realmente queste virtù era il fondamento del rapporto tra medico e paziente. Tuttavia anche in quel contesto non mancava che il medico non avesse una reputazione particolarmente buona: basti pensare alle maschere di medici nella commedia dell’arte, ai medici di Molière. Ciò condusse alla necessità che un medico fosse definito non solo in base a ciò che sa (alla sua scienza) ma anche in base a ciò che uniforma il suo agire (la sua coscienza): di scienza e coscienza divennero garanti organizzazioni specifiche che si andarono a costituire quali gli Ordini e le società scientifiche, assicurando così al paziente non solo uno standard scientifico ma anche un standard etico. Si giunse così ad un etica deontologica sebbene il medico continuasse ad essere considerato principalmente una sorta di missionario tollerante e compassionevole, illuminato dal sapere della scienza.

Questo modello ha retto la professione medica, compresa la psichiatria, sino alla metà del Novecento, ed è questo modello che entrò in crisi, pressoché in tutto il mondo, negli anni sessanta e settanta del nostro secolo e dove si evidenziò che l’etica medica tradizionale trascritta in specifiche norme sostanzialmente di comportamento, si rivelava del tutto insufficiente nell’affrontare i problemi emergenti del progresso in materia delle conoscenze di biologia delle vita.

Lo sviluppo travolgente del progresso medico-biologico e tecnologico ha reso necessario guardare con altre prospettive le reazioni comportamentali dell’individuo, della medicina e della società nei confronti di temi essenziali quali l’origine della vita, le condizioni di vita nell’arco dell’esistenza, la morte e quindi la sperimentazioni, gli squilibri ecologici e dell’ambiente. In sintesi si è venuta a porre una domanda fondamentale: se è lecito e quando è lecito fare oppure quando non lo sia.

Dalla crisi del modello di “medico virtuoso”, ma anche da una inaspettata e repentina sfiducia nei confronti del progresso scientifico quale reale portatore di progresso sociale e umano, è nata l’Etica Medica attuale che sostanzialmente si identifica in una specifica area di ricerca: la Bioetica, la quale alla luce dei valori e principi morali espressi, è andata a definire anche la struttura della moderna Deontologia stimolando importanti riforme delle professioni sanitarie che incalzate dallo sviluppo delle conoscenze si stanno trasformando ed evolvendo.

Oggi le modalità interpersonali/relazionali dell’agire medico alla luce di questo sviluppo della dimensione etica della medicina utilizza un processo che può percorre due vie:
1. La via normativa–giuridica la quale norma il comportamento sulla base delle conseguenze di una azione,
2. La via deontologica che vede il comportamento come una risposta morale per raggiungere giusti fini con giusti mezzi.

Se tali comportamenti sono congrui alla moderna ed evoluta convivenza sociale, tuttavia nessuna delle due vie è completa e soddisfacente ai fini puramente etici:
sia il codice deontologico che le norme giuridiche entrambi vogliono essere e sono una raccolta organica e sistematica delle norme di comportamento alle quali un soggetto deve sottostare, norme che rappresentano un dovere, manifestando un paradosso e cioè che il considerare codice e norme che affermino o meglio pretendino cosa si deve o non si deve fare arrivando anche a sanzionare una trasgressione, hanno di fatto un carattere impositivo, ed azzerano la figura morale del medico lasciando credere che il medico è questo solo perché esiste un codice.

Ne consegue che per stabilire correttamente il percorso esaltando meglio la figura etica del medico occorre integrare le due prospettive con una visione del comportamento attraverso qualcosa che sia di più che e un regolamento o una regola denominata deontologia, ma equivalga ad un codice etico.

Il largo uso che si fa del termine etico rischia però di svuotarlo di significato o di attribuirgli significati impropri: anche normativa e deontologia si ispirano alla morale, ma una morale che concerne di più la prassi, la vita quotidiana a cui fornisce consigli, leggi e regole nel contesto sociale e culturale in cui si sviluppano, mentre l’etica appare essere essenzialmente una ricerca interiore sulle ragioni dei valori e delle azioni dell’uomo la cui non osservanza non comporta alcuna sanzione come avviene nelle regole stabilite.

Mentre normativa e deontologia costituiscono una enunciazione dei doveri, l’etica è un modo d’interrogarsi non solo sui propri valori ma anche nella relazione con l’Altro. L’etica ha dunque una dimensione relazionale e nonostante appaia un processo intimo questo non può prescindere dalla presenza di chi ci è vicino per cui questi diviene oggetto della riflessione. Come non è pensabile un’etica al di fuori da un contesto relazionale, così non è pensabile un’etica statica, non proiettata verso un processo di continuo divenire, di verifica che non si intende relativamente ai valori su cui si fonda ma sulle conseguenze dell’atto stesso. Ciò introduce nell’atto ispirato dall’etica il concetto di responsabilità cioè l’assolvimento dell’impegno che prendo per l’Altro.

L’etica è una filosofia morale e non è un adeguamento forzato ai dettami di norme e pur rappresentando un obbligo non scritto è tuttavia una predisposizione naturale in quanto congenita in chi esercita la medicina. Occorre riconoscere che l’Etica non dà (e non può dare) risposte univoche per la grande varietà di prospettive teoriche e di approcci metodologici, opinioni e risoluzioni, e quindi per esprimersi deve fare una difficile opera di sintesi che faccia riferimento ai principi dei valori fondamentali dell’esistenza dell’uomo letti in relazione alle esigenze spirituali e al progresso scientifico. Dire questo non significa essere relativisti significa che anche quei valori che vengono declinati a partire da pluralità di concezioni, ideologie, fedi anche discordanti non vengono “relativamente” classificati bensì considerati in un’ottica di reciprocità.

Da quanto sinora detto appare chiaro che proponiamo di considerare nettamente distinto i codici deontologici dall’etica medica, ma ciò comporta inevitabilmente convenire nella separazione tra etica e diritto; distinguere l’etica dal diritto significa dire che nessuna etica può essere condizionata da norme e che nessuna norma può imporre un’etica.

La distinzione tra etica e diritto non significa però che all’etica sia negato il bisogno del diritto, poiché questi possiede comunque quel potere di esercizio cautelativo attento alle conseguenze che possono discendere da una evoluzione sfrenata delle scienze dettato più dalla curiosità che dall’effettivo interesse del bene dell’uomo. Il principio di precauzione non vuole rappresentare l’onnipotente e impotente progetto di fermare il cammino della scienza ma solo il diritto ad essere difesi. Dunque tra etica e diritto non contrapposizione ma confronto, dialogo, connessione,..

Il problema si apre in maniera complessa quando si affrontano le differenti visioni etiche dei singoli stati la cui interpretazione riserva ai legislatori Europei la ricerca di soluzioni non facili, tali da richiedere di dovere obbligatoriamente ricorrere alla ricerca di regole condivise e contrattate per quei principi che sono difficilmente risolvibili attraverso la regola pura e semplice della maggioranza, ma richiedono una continua interlocuzione, un continuo scambio, una continua mediazione.

L’Europa è un mondo multiculturale ed anche multietnico per la crescente integrazione di popolazioni mondiali migranti, che pongono alle rispettive etiche valori diversi, per cui è illusorio pensare ad un’etica globale ma deve pur essere trovata un’etica accettata, ragione per cui la disposizione a dialogare diviene il principio etico supremo. All’interno di società multiculturali è difficile a causa di variegati interessi mantenere posizioni unitarie: i differenti punti di vista etici vogliono essere rappresentati. Il multiculturalismo porta dunque a riconoscere la possibilità di avere una società che accetti l’assenza di un consenso unanime ancorchè su un sostanziale insieme di valori morali, religiosi e sociali. Il dialogo, dunque, serve a questo: ad aprire la possibilità di un’etica comune nella quale affrontare i temi della vita, della cura, della morte. Nella quale verificare, di volta in volta, convergenze, divergenze componibili, distanze irriducibili.

In conclusione è comprensibile come tutto ciò sia facile a dirsi, ma difficile a realizzarsi, tuttavia bisogna che qualcuno si faccia carico di queste difficoltà soprattutto chi per missione ha quella di agire nell’interesse dello sviluppo coerente ed unitario dell’Europa considerando proprio il dialogare quale principio etico irrinunciabile, affinchè l’etica, pur nella sua qualità di argomento inevitabilmente conflittuale nell’affermazione delle scale dei valori, sia tuttavia l’ispiratrice irrinunciabile di comportamenti univoci la cui prescrizione da Ippocrate ad oggi è stata ed è la maggior preoccupazione di chi esercita l’arte medica.

 

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