Fondamenti filosofici, psicologici ed axiologici della Logoterapia

di: Alfredo Bianco

Signore e signori, la logoterapia ancora non esiste affatto. Ciò che
io ho tentato di fare è porre la prima pietra. Sarete voi a costruirla
veramente .
Viktor Emil Frankl, Logotherapy in Action, prefazione1

Non è certo semplice delineare la struttura epistemologica della dottrina terapeutica denominata da V. E. Frankl “Logoterapia”. Anzitutto perché bisogna distinguerla dalla tecnica riabilitativa del linguaggio conosciuta come Logopedia, e, in secondo luogo, perché il termine Logos, che vi compare, va tradotto non come parola ma come “senso, significato”.
Nelle intenzioni di Frankl ( marzo 1905 – settembre 1997), psichiatra austriaco sopravvissuto al campi di sterminio di Auschwitz, Dachau, Kaufering, Turkheim, Theresienstadt, la Logoterapia è un modo di porsi di fronte a particolare disagi esistenziali nei quali appaia evidente la perdita o il “vuoto di senso“, per accompagnare chi chiede aiuto in una relazione di ricerca, durante la quale il significato insito in una determinata situazione di vita possa apparire improvvisamente come la figura centrale sullo sfondo di una percezione gestaltica.
L’ampia apertura di tale dottrina sia alla psicologia umanistica (Allport, Rogers, Fromm, Maslow) sia alla psicoanalisi classica (Frankl non esita a definire la sua Scuola come “terza scuola di Vienna”, dopo quelle di Freud e di Adler) ed all’analisi esistenziale (L.Binswanger), è affermata dall’Autore esplicitamente attraverso una semplice equazione a due incognite : ψ = x + y = λ
2, che va così tradotta: il metodo di psicoterapia da scegliere è direttamente dipendente dalla relazione tra gli interlocutori di un colloquio “laddove l’incognita x rappresenta l’individualità unica e singolare del paziente, e l’incognita y costituisce la personalità altrettanto unica e singolare del terapeuta” 3
Il lambda ( che sta per logoterapia) ovviamente è la conclusione di tale percorso di ricerca di un equilibrio metodologico situazionale. .
Si delinea in tale formula tutta la flessibilità di una teoria che ama definirsi eclettica nel metodo anche se ben ancorata a paradigmi filosofici, psicologici ed axiologici che Frankl attinge da diversi autori, che costituiscono la struttura portante di tutti i suoi scritti.


1 V.E.Frankl – F. Kreuzer, Im Anfang war der Sinn, F.Deuiticke Verlagsgesellschaft, Wien, 1982, trad.it. In principio era il senso, Editrice Queriniana, Brescia, 1995, p.25


2 V.E.Frankl, Der Mensch auf der Suche nach Sinn, Herder Verlag, Stuttgart, 1972, trad it. Alla ricerca del significato della vita, Mursia Editore, Milano, 1990, p.26


3 Ibid.


Uno degli influssi filosofici esplicitamente condiviso da Frankl, che amava portare con sé ad ogni conferenza il testo Il formalismo nell’etica e l’etica materiale del valore, è costituito dal sistema fenomenologico di Max Scheler (docente di filosofia a Colonia dal 1919 al 1928), secondo il quale i valori possono essere considerati, a seconda della loro altezza (ordine preferenziale) ed ampiezza
(diffusione e durata), in una scala gerarchica abbastanza precisa.
« I valori non sono né beni né fini. Il bene è la cosa che incorpora un valore; il fine è il termine di un’aspirazione e di una tendenza che può aver valore come può non averlo; ma l’essere incorporato in una cosa o l’essere il termine di una tendenza, non modifica in alcun modo l’essere del valore che è dato in modo diretto all’esperienza emotiva…che è una esperienza intenzionale, o intuizione emotiva, che ha con il valore la stessa relazione che una rappresentazione o un concetto hanno con il loro oggetto 4”»
In altre parole l’uomo avverte attrazione o repulsione rispetto a valori autentici o a disvalori e li dispone in una gerarchia in cui se ne riconosce l’”altezza”. La coppia gradevole- sgradevole, ad es., è il primo gradino di una scala che prosegue con la coppia efficace-inefficace fino a raggiungere valori spirituali (il vero, il bene, il giusto il bello) che comprendono la sfera giuridica, la sfera estetica e quella del comportamento eticamente appropriato sul piano situazionale.
La fenomenologia, dottrina filosofica fondata da Edmund Husserl (docente a Friburgo fino al 1929), va intesa come il logos del phaenomenon, come la ricerca di un significato che si imponga alla coscienza – dotata di intenzionalità – attraverso forme evidenti ed intuibili in modo pre-riflessivo.
Frankl ricava da tale teoria una triplice categorizzazione dei valori: quelli costruttivi (dare al mondo), tipici
«dell’homo faber, che compie il senso della sua esistenza dedicandosi ad un lavoro creativo; quelli esperienziali (prendere dal mondo), tipici dell’ homo amans, che dà significato alla sua vita attraverso le sue esperienze, i suoi incontri, i suoi amori; quelli di atteggiamento, tipici dell’homo patiens, che sa trasformare anche le situazioni di scacco (malattia, sofferenza, lutto, coscienza della certezza della morte) in prestazioni a favore degli altri, mediante la testimonianza e l’esempio»5
I valori di atteggiamento, quindi, dalla fenomenologia delle situazioni-limite (qui è diretto l’influsso del pensiero di Karl Jaspers, docente ad Heidelberg fino al 1937) attingono la spinta all’autotrascendenza, alla


4 N.Abbagnano, Storia della filosofia, vol.III, UTET, Torino, 1966, p.814


5 V.E. Frankl, Das Leiden am sinnlosen Leben, Herderbucherei 615, Freiburg,1977, trad it.

La sofferenza di una vita senza senso, Elle Di Ci Leumann, Torino, 1992, pp.82 -84
coltivazione della capacità di osservare da un piano superiore i problemi legati alle dinamiche delle dimensioni somatica e psichica dell’uomo: di accedere alla dimensione noetica ( dal greco νουs, intelletto). Per Frankl, quindi, l’uomo è sostanzialmente una unitas multiplex a tre dimensioni. Egli parla di ontologia dimensionale, riferendosi indirettamente agli studi di Nicolaj Hartmann (1882-1950) esponente della Scuola di Marburgo, che ne La costruzione del mondo reale non esitava ad affermare che esiste una legge della pianificazione secondo la quale le categorie più basse ritornano nelle più alte ma non viceversa (legge del ritorno); che ogni piano dell’esistenza implica un nuovo momento categoriale non riducibile alla sintesi del piano precedente (legge del novum: ad es. nella sfera psichica è abbandonato il concetto di spazio a favore di quello di tempo); che non ci sia continuità tra il passaggio dai piani più bassi a quelli più alti (legge della distanza). Sulla base di tali suggestioni filosofiche (nonché dell’esistenzialismo avant lettre di Kierkegaard e Nietzsche, per i quali l’individuo è unico e irripetibile ed irriducibile ad una qualsiasi classificazione) Frankl elabora il suo modello di umanità tridimensionale


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I problemi organici (di tipo neurologico o neurochimico) e i problemi psichici (comprendenti la sfera delle motivazioni ed aspirazioni coscienti e profonde nonché delle tensioni teleologiche, cioè rivolte a determinati fini) non esauriscono, infatti, l’approccio olistico alla persona che può, sul piano noetico, distanziarsi da se stessa, perseguendo i citati valori di atteggiamento rispetto alle situazioni di maggiore problematicità e attribuendo senso ad ogni interrogativo che la vita ci pone: il senso della vita ci appare quando un valore riconosciuto è per noi qualcosa che ci appartiene e ci assegna un compito. Il valore diventa senso, quindi, solo con la comprensione e non quand’è accettato per costrizione o oscuramente intuito. La logoterapia allora si prefigge il fine di far comprendere alla persona in stato di disagio esistenziale la priorità dei valori in cui crede, l’orientamento del suo itinerario, e – ove necessario – di ottenere l’ampliamento dello spettro di valori conosciuto dall’interlocutore. : un individuo va sempre inquadrato contemporaneamente sui tre piani somatico, psichico e noetico, altrimenti si rischia di non comprendere pienamente il valore ed il senso della sua esistenza.
Rispetto ai condizionamenti psicologici, che hanno agito sul pensiero di Frankl, il discorso è ancora più complesso.
Da un’intervista rilasciata a Franz Kreuzer, giornalista di una radio viennese, apprendiamo che Frankl, fin da quando frequentava le scuole superiori, aveva mostrato un interesse spiccato per la psicoanalisi freudiana: Freud, dopo aver puntualmente risposto alla sua fitta corrispondenza, nel 1924 aveva addirittura pubblicato sulla Rivista ufficiale dell’Associazione un suo articolo. Nel frattempo, tuttavia, Frankl si era iscritto alla Scuola di Psicologia Individuale di Alfred Adler, alunno dissidente di Freud, cui contestava che il funzionamento psichico fosse da riferire alla forza delle pulsioni libidiche rimosse, affermando, invece, che


6 V.E. Frankl, The Will to Meaning, The New American Library, New York, 1969, trad. it.

Senso e Valori per l’esistenza, Città Nuova ed., Roma, 1994, p.40


era da associare a sentimenti di inferiorità organica (reale, presunta o simbolica) ed alle relative forme di ipercompensazione.

Frankl fu radiato dalla scuola di Adler, perché non sufficientemente ortodosso rispetto alla sua dottrina: insomma Frankl riteneva entrambe le posizioni lesive della dignità umana e della sua libertà in quanto deterministiche e deresponsabilizzanti. Freud utilizzava le pulsioni libidiche come meccanismi inconsci provenienti da rimozioni e motivanti l’azione ad insaputa del soggetto; Adler enfatizzava la reattività del comportamento umano rispetto al senso di inferiorità, che i meccanismi compensatori trasformavano in volontà di potenza, concetto di memoria nietzschiana. Frankl non esita ad affermare che anche se l’uomo «non è libero da condizionamenti, quindi, se non ha in genere una libertà negativa, libertà da qualcosa, conserva, comunque, una libertà positiva, che gli consente di prendere posizione nei riguardi di ogni condizionamento» 7


Anche C.G. Jung ( Scuola di Zurigo: Psicologia analitica) non sfugge alle sue critiche: pur se gli riconosce, infatti, di aver compreso che la nevrosi non è altro che “la sofferenza dell’anima che non ha trovato il suo significato”, Frankl lo accusa di aver fondato, mediante il ricorso alla simbolica archetipica, una sorta di “nuovo Olimpo” abitato da dèi archetipi. La psicoterapia diventa una sorta di azione sacrale…la trascendenza viene assunta nell’immanenza biologica. Jung, infatti, sosteneva che «gli archetipi si trasmettono ereditariamente con le strutture del cervello, di cui rappresentano l’aspetto psichico». Insomma per il nostro Autore ciascun uomo «è pienamente responsabile di ciò che fa, di ciò che ama e, paradossalmente, anche di ciò che soffre» perché anche in quest’ultimo caso egli può contrapporre il suo atteggiamento di lotta o di accettazione e trasformazione in prestazione positiva. Alla “volontà inconscia di piacere” di Freud ed alla “volontà di potenza” di Adler, Frankl contrappone la “volontà di attribuzione di senso”. La coscienza – egli afferma in molti suoi scritti- può essere definita un «organo di significato».


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Tutte le precedenti posizioni, anche se abbastanza semplificate nella trattazione di Frankl, obbediscono, in modo diversi al principio dell’omeostasi: l’individuo, in tutte le specificazioni della sua esistenza, viaggerebbe verso una sorta di edenica distensione. L’autore mette in discussione tale tendenza: rifacendosi agli scritti di G.W.Allport e di Charlotte Bhuler, sostiene che tale formula è applicabile ad adattamenti parziali ed opportunistici, ma non al divenire ed al maturare progressivo della personalità umana che, invece, rivela una continua tensione verso uno scopo, un fine da raggiungere, sia esso un ideale o una persona. La caratteristica dell’umano non è la stasi ma “la resistenza all’equilibrio: la tensione, invece di essere ridotta, viene conservata “


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In conclusione .

7 V.E.Frankl, Der Mensch auf der Suche nach Sinn, Herder Verlag, Stuttgart, 1972, trad it. Alla ricerca di un significato nella vita, Mursia, Milano, 1996, p.123


8 C.G.Jung, Seelenprobleme der Gegenwart, Rascher, Zurich 1946, vol III, p.179


9 Ibid. p.39


«solamente nella misura in cui ci diamo, ci doniamo, ci mettiamo a disposizione del mondo, dei compiti e delle esigenze che a partire da esso ci interpellano nella nostra vita…comprendiamo che l’essenza dell’esistenza umana sta nella sua ‘autotrascendenza’, con la quale intendo l’essere orientato verso qualcosa o qualcuno che sta al di là o al di sopra di noi stessi, qualcosa o qualcuno, un significato o un valore da realizzare, o un altro essere umano da incontrare e da amare 10


Si può, quindi, affermare che la logoterapia è l’accompagnamento, mediante l’ascolto attivo e la condivisione, di una persona in stato di forte disagio esistenziale che abbia smarrito quel “perché” della vita che- come affermava Nietzsche – ci permette di poterne affrontare ogni “come”; è il tentativo di ampliamento della gamma dei valori, il riconoscimento che essi non possano collidere, qualora se ne riconosca l’altezza, la priorità gerarchica rispetto ad altri, che appartengono a piani ontologici inferiori: la collisione dei valori è paragonabile all’illusione ottica prodotta dalla proiezione su di un solo piano di un fascio di luce che illumini due sfere: nell’ombra apparirà la sovrapposizione di due cerchi, ma in realtà le due sfere sono separate e una, in effetti, si trova più in alto di un’altra…».


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Ricapitolando, la dottrina di Frankl è una vera e propria forma di axiologia filosofica che sfocia in una terapia intesa a colmare i “vuoti di senso” o, in linguaggio logoterapeutico, alla cura delle nevrosi noogene, che non dipendano solo da fattori fisici (somatici, organici, genetici), che non siano riconducibili solo a conflitti psichici, e che non soddisfino le tre condizioni di principio che fondano la teoria:


la libertà della volontà
la volontà di significato
il significato della vita .

Tali condizioni impongono di credere umanisticamente in individui che possano assumersi pienamente le loro responsabilità; che abbiano la forza di contrapporsi – attraverso ciò che l’Autore definisce autodistanziamento (e cioè mediante dereflessione, autoironia, umorismo, intenzione paradossa) anche alle dinamiche psichiche ed alla vita emotiva con i suoi conflitti, senza esserne determinati; che siano in grado, sostenuti da una facilitazione logoterapeutica, di cercare e reperire un senso tra i valori creativi (dare al mondo), tra quelli esperienziali (prendere dal mondo), tra quelli di atteggiamento (trasformare uno scacco o una sofferenza in una prestazione positiva). La logoterapia, in fondo, è una dottrina ottimistica perché, invece di enfatizzare il determinismo dei traumi del passato (come nel caso della psicoanalisi), esplora la quantità di tensione positiva, suscettibile di realizzarsi nel mondo e rispetto ai nostri simili, che sia pronta ad essere investita da chi si trovi in una condizione di disagio e di frustrazione a causa dello smarrimento del “significato” della sua singolare ed irripetibile situazione esistenziale:


10 Ibid.p.72


11 V.E.Frankl, The Will to meaning, p.71


« Il significato – avverte Frankl – non può essere prescritto come una ricetta…ma deve venir trovato e certo deve trovarlo il paziente per conto suo…In ogni situazione c’è solo un significato, quello vero. Si tratta di trovarlo e la coscienza viene in aiuto per una tale ricerca. La coscienza si può definire come la capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione. In breve la coscienza è un organo di significato». 12


PER SAPERNE DI PIU’

BRANCALEONE FERDINANDO, Logos, Significatività esistenziale e comunicazione terapeutica, Gli Archi, Torino,1989


FABRY JOSEPH B., Introduzione alla Logoterapia, Astrolabio, Roma, 1970


FIZZOTTI EUGENIO, La logoterapia di Frankl. Un antidoto alla disumanizzazione psicoanalitica, Rizzoli, Milano,1974.Problemi di “senso” ed analisi esistenziale nel pensiero di V. E. Frankl
Il leitmotiv della logoterapia vuole lanciare un ponte tra i diversi
significati del termine ‘logos’. Si ha allora come una fuga musicale:
lo spirito ha bisogno del significato, il ‘nous’ ha bisogno del logos
e la malattia noogena ha bisogno del suo trattamento logoterapeutico
V.E.Frankl


La problematica axiologica, trattata sul piano filosofico nel precedente intervento, rinviava all’identificazione o, comunque, al collegamento reciproco dei termini senso/valore/finalità esistenziale. In effetti la psicolinguistica, la sociolinguistica e soprattutto la filosofia del linguaggio hanno dibattuto a lungo su che cosa si dovesse intendere per “senso” di una parola, di un enunciato o di una qualsiasi situazione descritta verbalmente. Il testo che probabilmente affronta in modo più completo tale argomento si intitola paradossalmente “Il significato del significato” ed è una panoramica sulle varie teorie linguistiche offerta da due autori del calibro di C.K Ogden ( Università di Cambridge) e di I.A. Richards ( Università di Harvard). Se ne ricavano circa una trentina di modalità per l’approccio al tanto discusso termine, usato continuamente da Frankl nei suoi scritti.


Subito dopo il secondo conflitto mondiale Charles Morris, nella sua opera più incisiva (Segni, linguaggio e comportamento) 13


12 V.E. Frankl, Alla ricerca di un significato …, p.120 , cercò di fondare una teoria dei segni definita Semiotica, il cui principale assunto si riassumeva nell’evidenza che il “senso” di ogni segno o enunciato ha sempre una triplice rilevanza sui piani sintattico, semantico e pragmatico. La dimensione sintattica ci spiega che un segno desume il suo senso


13 C.Morris, Signs, Language and behaviour, Prentice Hall, New Jersey, 1946, trad it. Segni, linguaggio, comportamento Longanesi, Milano, 1963


dalla disposizione che assume in un contesto: dire che ‘x ama y ‘è ben diverso rispetto all’affermazione che ‘y ama x’ , anche se nella prima e nella seconda espressione i segni sono i medesimi. Il piano semantico rinvìa, invece, il segno a qualcos’altro, che ce ne spiega la funzione o il valore: la parola libertà in una dottrina socialista può significare liberazione da bisogni o vincoli imposti e assunzione di diritti; in un regime dittatoriale può identificarsi con l’arbitrio di chi vuol governare senza limiti giuridici e senza regole istituzionali.


Infine la pragmatica si riferisce agli effetti comportamentali che i segni possono suscitare in chi li interpreta: Watlzawick, Beavin e Jackson hanno usato tale definizione nel ben noto trattato Pragmatica della comunicazione umana 14


Questo secondo principio ci spiega, in pratica, che la relazione che si stabilisce tra gli interlocutori costituisce la funzione di attribuzione di senso e valore al contenuto, in quanto è una sorta di ‘istruzione per l’uso del medesimo’. Il famoso antropologo e linguista Gregory Bateson definiva, infatti, i due termini come content e command. , i cui primi due principi sono: 1) Non è possibile non comunicare; 2)Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi ‘metacomunicazione’.


V.E.Frankl – citato da Watzlawick ne “Il linguaggio del cambiamento” 15 -, sicuramente enfatizzava la dimensione relazionale(“ogni essere umano è un essere-in-rapporto 16
« Ciò che l’uomo ha da realizzare non è il suo proprio se stesso in quanto soggetto, ma qualcosa di relativo: il significato, infatti, non si riferisce solo ad una determinata situazione, ma anche ad una determinata persona. In altre parole il senso muta non solo di giorno in giorno e di ora in ora, ma cambia anche da uomo ad uomo. Il significato non è solo riferito ad personam ma anche ad situationem » ”) del significato, nonché il suo valore situazionale e di ricerca ed interpretazione personale :


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Quando Frankl parla, ad esempio, della sofferenza di una vita senza “senso”, di ciò che definisce frustrazione esistenziale o nevrosi noogena, comprende nel termine tutta la tridimensionalità semiotica: il .


14 P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D.Jackson, Pragmatigs of Human Communication, W.W. Norton & Co., Inc., New York, 1967, trad it. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Ubaldini ed., Roma, 1971


15 P.Watzlawick, Die Moglichkeit des Andersseins,Verlag Hans Huber, Bern, 1977, trad it. Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, Milano, 1980


16 V.E.Frankl, Grundlagen der Logotherapie und Existenzanalyse, F. Deuticke, Wien e Kindler, Munchen, 1946, trad.it., Logoterapia ed analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia, 1953.


17 V.E.Frankl, Der Mensche auf der Suche nach Sinn, Herder Verlag Stuttgart 1952, trad.it. Alla ricerca di un significato nella vita, Mursia, Milano, 1996, p.120


significato, infatti, in quanto situazionale e gestaltico, possiede una valenza sintattica; in quanto tendente alla realizzazione o al reperimento di un valore, rientra nel campo semantico; in quanto capace di ampliare e trasformare la gamma di possibilità esistenziali e di atteggiamento dell’individuo, dimostra una valenza di empowerment pragmatico.


Per analisi esistenziale (che Binswanger prima e lo stesso Frankl successivamente hanno anche definito antropoanalisi ) si intende uno studio psicologico centrato non tanto su chi è bisognoso di cure, ma soprattutto sulla relazione esistenziale contestualizzata che si viene a creare con il facilitatore: nel campo di interazione non è necessario il momento interpretativo di eventuali traumi del passato, ma una sorta di simmetria di dignità umana nella coppia di interlocutori, che consenta di far emergere consapevolezza e responsabilità, come caratteri distintivi dell’umano: «L’antropoanalisi ha lo scopo di far sì che la persona trattata riassuma in sé, il più saldamente possibile, tali prerogative di umanità: è dunque una psicoterapia che parte dallo spirito. »18


In un’affermazione del genere si delinea il primato della libertà di scelta rispetto al determinismo di ciò che Frankl definisce psicologismo e sociologismo e cioè tutte le teorie che, enfatizzando a dismisura i condizionamenti genetici, inconsci e ambientali rendono l’uomo schiavo di forze cui egli stesso non è in grado di contrapporsi. L’esistente, invece, è – lo ribadisce anche Sartre nella sua psicoanalisi esistenziale
19 – un continuo processo di scelte, l’incarnazione di un progetto fondamentale, di cui è pienamente responsabile. « La psicoanalisi esistenziale rifiuta il postulato dell’inconscio: il fatto psichico è coestensivo alla coscienza – così Sartre – ed è pienamente vissuto dal soggetto e come tale totalmente cosciente…la verità appartiene a priori alla comprensione umana, e la fatica essenziale è una ermeneutica, cioè un lavoro di decifrazione, una fissazione ed una concettualizzazione. » 20


Se la psicoanalisi classica parlava di sintomi, quella adleriana di compensazioni reattive per consolidare la volontà di potenza, quella junghiana di simboli di funzionamento arcaico della psiche, l’analisi esistenziale vuole sottolineare che tali discorsi valgono sui piani fisico e psichico della persona, mentre su quello noetico l’individuo può contrapporsi alle sue stesse difficoltà assumendo un atteggiamento di fiducia o di vera e propria fede in una missione da compiere, in un ideale da raggiungere o in una persona da amare. Evidentemente l’esperienza dei campi di concentramento aveva influito non poco sulla maturazione di un teorico che, non solo dalla sua cultura ma soprattutto da quanto vissuto direttamente sulla soglia della continua minaccia di morte, aveva addirittura trovato un’analogia tra alcuni aspetti di ciò che accadeva in quei luoghi orribili e la perdita progressiva del significato della vita. Egli affermava che la reazione dei


18 V.E.FRANKL, Logoterapia ed analisi esistenziale…p.37


19 J.P. Sartre, L’étre e le neant, Gallimard, Paris, 1943, trad.it. L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano, 1997, p.633


20 Ibid.


prigionieri nei campi di concentramento si può distinguere in tre fasi: all’inizio si viene spogliati della propria identità umana e professionale e si diventa un numero; nella seconda si perde progressivamente qualsiasi speranza o fede in qualcosa e si diventa fisicamente e psichicamente fragilissimi. Si cerca solo di sopravvivere in uno stato di minaccia e di angoscia. I più deboli “corrono ai fili” per suicidarsi con l’alta tensione. Nella terza – quella della liberazione, qualora vi si giunga – accade qualcosa di incredibile: la depersonalizzazione atrocemente vissuta e la realizzazione di un sogno covato per tanto tempo lasciano il prigioniero in uno stato di apatia ( melanconia da decompressione): dovrà riapprendere lentamente anche la capacità di gioire! “L’incertezza della data del rilascio provoca nel detenuto il sentimento di una durata praticamente infinita. L’indeterminatezza in cui è costretto, induce il prigioniero a non credere più nell’avvenire. La vita di tali ‘cadaveri viventi’ diventa così un’esistenza prevalentemente retrospettiva…ma l’uomo non può realmente esistere se non ha un punto fisso nel futuro a cui rivolgersi.
Se l’uomo perde il suo futuro, la vita stessa si dissolve nella sua struttura… 21” Anche Ludwig Binswanger affrontando la fenomenologia della temporalità afferma che nelle forme depressive « la protentio (progettazione) si ritira nella retentio (memoria storica)…ciò significa che gli atti costituenti protentivi diventano necessariamente le cosiddette vuote intenzioni (Leerintentionen).Ciò che dovrebbe essere ‘ libera possibilità’ si ritira nel passato e nulla produce se non un ’futuro’vuoto o un ’vuoto’ come futuro 22
Da tali parole appare tutta la valenza temporale dell’analisi esistenziale: Frankl aveva letto e conosciuto Martin Heidegger, per il quale essere e tempo coincidono, condivideva le intuizioni di Erwin Straus e di Paul Schilder sul tempo vissuto, la nozione di futuro di Sartre come “tensione verso l’al-di-là della coscienza ».


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E’ illuminante al riguardo uno studio recentissimo di Orange Atwood e Stolorow ”, verso qualcosa che trascende la nostra esistenza, ma che contemporaneamente ne fonda il progetto fondamentale. Il livello noetico, dunque, ci permette di tenderci verso il futuro, di pro-gettarci, di ri-processare il passato nella sua continuità con gli occhi rivolti in avanti, di trascenderlo e non farcene determinare, di autodistanziarcene.


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21 V.E.Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale…,p.101 , che individua il disagio psichico (definito perdita del sé) in vari tipi di frammentazione: somatica (perdita dell’integrità dell’esperienza del proprio corpo); psicosomatica (perdita della continuità dell’esperienza tra passato e presente e tra corpo e mente); e della self agency (cioè del senso di essere iniziatori e responsabili delle


22 Ludwig Binswanger, Nelancholie und Manie. Phanomenologische Studien, Gunther Nesche Verlag, Pfullingen, 1960, trad.it. Melanconia e mania, Studi fenomenologici, Bollati-Boringhieri, Torino, 2006, p.32


23 J.P.Sartre, L’essere e il nulla…p.167


24 D.M.Orange- G..E. Atwood- R.D.Stolorow, Working Intersubjectively, The Analytic Press, N.Y., 1997, trad. it. Intersoggettività e lavoro clinico, Cortina, Milano, 1999, pp.54-55

proprie azioni): quest’ultima “perdita” può essere sicuramente equiparata a ciò che Frankl definisce “frustrazione esistenziale”.
In ogni caso Frankl insiste sulla esigenza di cogliere integralmente l’uomo nella sua tridimensionalità fisica, psichica, noetica: la mancanza di una di tali dimensioni non riuscirebbe a farci distinguere la sua irripetibile individualità esistenziale, così come se investiamo con un fascio di luce dall’alto un cono, un cilindro e una sfera otterremo sempre la proiezione di un cerchio: per comprenderne la forma effettiva dovremo avere anche altrettante proiezioni laterali.
E’ evidente che si possano riscontrare disturbi mentali di chiara origine somatica ( ad.es. una agorafobia sostenuta da ipertiroidismo), disturbi somatici di origine psichica (le cosiddette somatizzazioni, ad es. ulcere, disturbi pressurici, disturbi cardiaci o respiratori ecc.): ma in entrambi i casi -secondo Frankl – rimane intatta la dimensione noetica, quella che permette di attribuire senso a ciò che ci pone in una situazione di disagio e di contrapporre ad essa la nostra volontà assumendo un atteggiamento di autodistanziamento o di autotrascendenza: la metafora più cara all’Autore è quella dell’occhio che «vede se stesso solo quando è malato di cataratta…se l’occhio è sano osserva il mondo che lo circonda». Distanziarsi dal proprio disagio implica o forme di autoironia e di umorismo ( già considerate forme adattive di difesa dalla psicoanalisi classica 25) o abitudine alla dereflessione come capacità di interrompere la rotazione coatta sulla stessa preoccupazione, o ancora , da parte del terapeuta, come intenzione paradossa, di cui parla lo stesso Watzlawick ne “Il linguaggio del cambiamento” quando si riferisce alla prescrizione dei sintomi o alla ristrutturazione delle abitudini 26
Ricapitolando il concetto di analisi esistenziale (trad. del tedesco Daseinanlyses = analisi dell’esserci) esso va profondamente differenziato da quello della psicoanalisi classica e anche da altre forme di psicoterapia, in quanto fondato filosoficamente su di una metodologia fenomenologica, che esclude il ricorso alla nozione di inconscio, ma osserva, senza artificiose interpretazioni, le forme dell’esistente nel suo proporsi nella relazione, nel suo modo di comunicare, nel suo modo di atteggiarsi. Quale sia il compito del logoterapeuta in tale rapporto di cura è felicemente espresso da una massima di K.GIBRAN ne Il Profeta: « Se davvero è un saggio non vi introduce nella casa della sua saggezza, ma vi conduce alle soglie del vostro spirito». : il paradosso insito nella prescrizione inganna, in effetti, l’emisfero cerebrale sinistro, suggestionando il destro, quello più interessato alla sfera emozionale: è dimostrato, infatti, che se ad una persona che soffre di insonnia si prescrive di restare sveglia per più notti di seguito, quasi sicuramente essa si addormenterà, minimizzando l’ansia di addormentarsi a qualsiasi costo. Per Frankl si tratta della forma più paradossale, ma efficace, di autodistanziamento e ristrutturazione per contrapposizione come nella massima ippocratica similia similibus curantur.


25 V.Lingiardi – F.Madeddu, I meccanismi di difesa, Cortina, Milano, 1994

26 P.Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento…p.115

Il logoterapeuta è, quindi, un accompagnatore nella misura in cui accoglie empaticamente la personalità di chi chiede aiuto; è un facilitatore comunicativo, in quanto consente all’interlocutore di accedere al logos, cioè di rendere pensabili i grovigli o i conflitti affettivi che lo tormentano, senza interpretarli in base a paradigmi precostituiti, ma bonificandoli in un dialogo coevolutivo; è un educatore nel senso di e-ducere, tirar fuori in modo maieutico, le possibilità esistenziali che, spesso, l’interlocutore non riesce a vedere e ad ampliarne lo spettro, consentendo al facilitato di cogliere improvvisamente- come in una percezione gestaltica – la trama di significato nascosta nella sua situazione esistenziale. In ogni caso non si va oltre il ruolo di accompagnatori: il significato, in ultima istanza, non può essere dato, ma deve venir trovato e certo dovrà trovarlo il paziente per conto suo. La logoterapia non pronuncia alcun giudizio sul senso o non senso, sul valore o disvalore. Ogni situazione ha la sua propria entelechia ( ragion d’essere, senso). Il nocciolo del significato che si trova in ogni situazione non è soggettivo, bensì oggettivo: Wertheimer, fondatore della Gestaltpsycologie, parla di un carattere esigenziale insito in ogni contesto 27
La logoterapia, in conclusione, ben lontana da essere una scuola dogmatica, si dimostra aperta a qualsiasi apporto culturale di approfondimento sia sul piano metodologico, sia su quello dei contenuti, dimostra il suo enorme potenziale di spinta alla ricerca anche di ciò che potremmo definire il “senso” delle modalità di aiuto solidale dell’uomo rispetto ad altri umani che ne necessitino, perché hanno, magari solo temporaneamente, smarrito “la diritta via” del loro percorso esistenziale. .


PER SAPERNE DI PIÙ

DE DOMINICIS ANDREA, Logoterapia e progetto uomo, Centro italiano di solidarietà, 1987


FIZZOTTI EUGENIO, Angoscia e personalità. L’antropologia in V.E.Frankl, Dehoniane, Napoli, 1980


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