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	<title>ALI - Associazione Logoterapia Italiana</title>
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	<description>Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre - Viktor Emil Frankl</description>
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		<title>TECNICHE SPECIFICHE LOGOTERAPEUTICHE</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 09:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[L.A. nr. 9-11 - Anno 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Logoterapia significa anche educazione alla responsabilità, il compito del logoterapeuta e risvegliare nella coscienza del paziente la sua responsabilità e incoraggiare a fare di conseguenza le sue scelte, senza permettergli di scaricare su altri la responsabilità delle proprie decisioni. Non &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/10/07/tecniche-specifiche-logoterapeutiche/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Logoterapia significa anche educazione alla responsabilità, il compito del logoterapeuta e risvegliare nella coscienza del paziente la sua responsabilità e incoraggiare a fare di conseguenza le sue scelte, senza permettergli di scaricare su altri la responsabilità delle proprie decisioni. Non si tratta di persuadere o di inculcare, ma di garantire il rigore e la serietà del processo analitico dell&#8217;esistenza senza volerlo concludere in una soluzione definitiva ed affrettata (Giordano 1992).<br />
La scuola americana di Logoterapia tende a strutturare metodologicamente con &#8220;esercizi&#8221; precisi I&#8217;analisi esistenziale (Fabry 1979, Hutzell 1983, Lautz 1984, Crumbaugh 1988, Eisenberg 1989), FrankI e i suoi allievi europei ritengono che una prassi meno strutturata permetta al paziente una più completa libertà di espressione (Frankl 11978, Lukas 1981- 1985, Bazzi 1986, Froggio 1986, Giordano 1992, Barbona &#8211; Pappalardo 1990, Barbona-Cianfarini 1998 &#8211; 1999). In questa prospettiva I&#8217;abilità del terapeuta diviene fondamentale e la Tecnica è quella del DIALOGO SOCRATICO, con cui si aiuta il paziente ad aprirsi ad una nuova visione del mondo. Con abili domande, il Terapeuta pone I&#8217;altro in condizione di ricavare da se stesso la verità che porta dentro. Utilizzando questo metodo maieutico, si rinuncia a mettere solo il proprio lo al centro della ricerca dei significati esistenziali. Questa Tecnica e stata poi modificata nella “Tecnica delle domande ingenue&#8221;, indicate per i casi di coloro che, cadendo nella autocommiserazione, non riescono più ad arrivare al pensiero autonomo. Attraverso domande ingenue (provocatoriamente) si accentua volutamente I&#8217;infelicità e I&#8217;impotenza del paziente, cosicché la contraddizione del paziente diretta allo psicoterapeuta colpisce la propria idea sbagliata.<br />
L&#8217;analisi esistenziale deve cogliere gli aspetti inconsci del Logos, si tratta però di inconscio  non in senso pulsionale, ma piuttosto di inconscio noetico. Una volta emerso I&#8217;inconscio  noetico che ha motivato e guidato alcune scelte, bisogna poi prenderne atto, individuando i valori sottostanti e le loro gerarchia (Fabry 1981).</p>
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		<title>Fondamenti filosofici, psicologici ed axiologici della Logoterapia</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 16:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[L.A. nr. 9-11 - Anno 2011]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.logoterapia.it/web/?p=386</guid>
		<description><![CDATA[di: Alfredo Bianco Signore e signori, la logoterapia ancora non esiste affatto. Ciò che io ho tentato di fare è porre la prima pietra. Sarete voi a costruirla veramente . Viktor Emil Frankl, Logotherapy in Action, prefazione1 Non è certo &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/24/fondamenti-filosofici-psicologici-ed-axiologici-della-logoterapia/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di: <strong>Alfredo Bianco</strong><br />
<P ALIGN="RIGHT">Signore e signori, la logoterapia ancora non esiste affatto. Ciò che<br />
io ho tentato di fare è porre la prima pietra. Sarete voi a costruirla<br />
veramente .<br />
Viktor Emil Frankl, Logotherapy in Action, prefazione1 </P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Non è certo semplice delineare la struttura epistemologica della dottrina terapeutica denominata da V. E. Frankl “Logoterapia”. Anzitutto perché bisogna distinguerla dalla tecnica riabilitativa del linguaggio conosciuta come Logopedia, e, in secondo luogo, perché il termine Logos, che vi compare, va tradotto non come parola ma come “senso, significato”.<br />
Nelle intenzioni di Frankl ( marzo 1905 &#8211; settembre 1997), psichiatra austriaco sopravvissuto al campi di sterminio di Auschwitz, Dachau, Kaufering, Turkheim, Theresienstadt, la Logoterapia è un modo di porsi di fronte a particolare disagi esistenziali nei quali appaia evidente la perdita o il “vuoto di senso“, per accompagnare chi chiede aiuto in una relazione di ricerca, durante la quale il significato insito in una determinata situazione di vita possa apparire improvvisamente come la figura centrale sullo sfondo di una percezione gestaltica.<br />
L’ampia apertura di tale dottrina sia alla psicologia umanistica (Allport, Rogers, Fromm, Maslow) sia alla psicoanalisi classica (Frankl non esita a definire la sua Scuola come “terza scuola di Vienna”, dopo quelle di Freud e di Adler) ed all’analisi esistenziale (L.Binswanger), è affermata dall’Autore esplicitamente attraverso una semplice equazione a due incognite : ψ = x + y = λ<br />
2, che va così tradotta: il metodo di psicoterapia da scegliere è direttamente dipendente dalla relazione tra gli interlocutori di un colloquio “laddove l’incognita x rappresenta l’individualità unica e singolare del paziente, e l’incognita y costituisce la personalità altrettanto unica e singolare del terapeuta” 3<br />
Il lambda ( che sta per logoterapia) ovviamente è la conclusione di tale percorso di ricerca di un equilibrio metodologico situazionale. .<br />
Si delinea in tale formula tutta la flessibilità di una teoria che ama definirsi eclettica nel metodo anche se ben ancorata a paradigmi filosofici, psicologici ed axiologici che Frankl attinge da diversi autori, che costituiscono la struttura portante di tutti i suoi scritti.</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">1 V.E.Frankl &#8211; F. Kreuzer, Im Anfang war der Sinn, F.Deuiticke Verlagsgesellschaft, Wien, 1982, trad.it. In principio era il senso, Editrice Queriniana, Brescia, 1995, p.25</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">2 V.E.Frankl, Der Mensch auf der Suche nach Sinn, Herder Verlag, Stuttgart, 1972, trad it. Alla ricerca del significato della vita, Mursia Editore, Milano, 1990, p.26</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">3 Ibid.</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Uno degli influssi filosofici esplicitamente condiviso da Frankl, che amava portare con sé ad ogni conferenza il testo Il formalismo nell’etica e l’etica materiale del valore, è costituito dal sistema fenomenologico di Max Scheler (docente di filosofia a Colonia dal 1919 al 1928), secondo il quale i valori possono essere considerati, a seconda della loro altezza (ordine preferenziale) ed ampiezza<br />
(diffusione e durata), in una scala gerarchica abbastanza precisa.<br />
«<em> I valori non sono né beni né fini. Il bene è la cosa che incorpora un valore; il fine è il termine di un’aspirazione e di una tendenza che può aver valore come può non averlo; ma l’essere incorporato in una cosa o l’essere il termine di una tendenza, non modifica in alcun modo l’essere del valore che è dato in modo diretto all’esperienza emotiva…che è una esperienza intenzionale, o intuizione emotiva, che ha con il valore la stessa relazione che una rappresentazione o un concetto hanno con il loro oggetto 4”»</em><br />
In altre parole l’uomo avverte attrazione o repulsione rispetto a valori autentici o a disvalori e li dispone in una gerarchia in cui se ne riconosce l’”altezza”. La coppia gradevole- sgradevole, ad es., è il primo gradino di una scala che prosegue con la coppia efficace-inefficace fino a raggiungere valori spirituali (il vero, il bene, il giusto il bello) che comprendono la sfera giuridica, la sfera estetica e quella del comportamento eticamente appropriato sul piano situazionale.<br />
La fenomenologia, dottrina filosofica fondata da Edmund Husserl (docente a Friburgo fino al 1929), va intesa come il logos del phaenomenon, come la ricerca di un significato che si imponga alla coscienza &#8211; dotata di intenzionalità &#8211; attraverso forme evidenti ed intuibili in modo pre-riflessivo.<br />
Frankl ricava da tale teoria una triplice categorizzazione dei valori: quelli costruttivi (dare al mondo), tipici<br />
«dell’homo faber, che compie il senso della sua esistenza dedicandosi ad un lavoro creativo; quelli esperienziali (prendere dal mondo), tipici dell’ homo amans, che dà significato alla sua vita attraverso le sue esperienze, i suoi incontri, i suoi amori; quelli di atteggiamento, tipici dell’homo patiens, che sa trasformare anche le situazioni di scacco (malattia, sofferenza, lutto, coscienza della certezza della morte) in prestazioni a favore degli altri, mediante la testimonianza e l’esempio»5<br />
I valori di atteggiamento, quindi, dalla fenomenologia delle situazioni-limite (qui è diretto l’influsso del pensiero di Karl Jaspers, docente ad Heidelberg fino al 1937) attingono la spinta all’autotrascendenza, alla</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">4 N.Abbagnano, Storia della filosofia, vol.III, UTET, Torino, 1966, p.814</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">5 V.E. Frankl, Das Leiden am sinnlosen Leben, Herderbucherei 615, Freiburg,1977, trad it. <P ALIGN="JUSTIFY">La sofferenza di una vita senza senso, Elle Di Ci Leumann, Torino, 1992, pp.82 -84<br />
coltivazione della capacità di osservare da un piano superiore i problemi legati alle dinamiche delle dimensioni somatica e psichica dell’uomo: di accedere alla dimensione noetica ( dal greco νουs, intelletto). Per Frankl, quindi, l’uomo è sostanzialmente una unitas multiplex a tre dimensioni. Egli parla di ontologia dimensionale, riferendosi indirettamente agli studi di Nicolaj Hartmann (1882-1950) esponente della Scuola di Marburgo, che ne La costruzione del mondo reale non esitava ad affermare che esiste una legge della pianificazione secondo la quale le categorie più basse ritornano nelle più alte ma non viceversa (legge del ritorno); che ogni piano dell’esistenza implica un nuovo momento categoriale non riducibile alla sintesi del piano precedente (legge del novum: ad es. nella sfera psichica è abbandonato il concetto di spazio a favore di quello di tempo); che non ci sia continuità tra il passaggio dai piani più bassi a quelli più alti (legge della distanza). Sulla base di tali suggestioni filosofiche (nonché dell’esistenzialismo avant lettre di Kierkegaard e Nietzsche, per i quali l’individuo è unico e irripetibile ed irriducibile ad una qualsiasi classificazione) Frankl elabora il suo modello di umanità tridimensionale</P><br />
6<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">I problemi organici (di tipo neurologico o neurochimico) e i problemi psichici (comprendenti la sfera delle motivazioni ed aspirazioni coscienti e profonde nonché delle tensioni teleologiche, cioè rivolte a determinati fini) non esauriscono, infatti, l’approccio olistico alla persona che può, sul piano noetico, distanziarsi da se stessa, perseguendo i citati valori di atteggiamento rispetto alle situazioni di maggiore problematicità e attribuendo senso ad ogni interrogativo che la vita ci pone: il senso della vita ci appare quando un valore riconosciuto è per noi qualcosa che ci appartiene e ci assegna un compito. Il valore diventa senso, quindi, solo con la comprensione e non quand’è accettato per costrizione o oscuramente intuito. La logoterapia allora si prefigge il fine di far comprendere alla persona in stato di disagio esistenziale la priorità dei valori in cui crede, l’orientamento del suo itinerario, e &#8211; ove necessario &#8211; di ottenere l’ampliamento dello spettro di valori conosciuto dall’interlocutore. : un individuo va sempre inquadrato contemporaneamente sui tre piani somatico, psichico e noetico, altrimenti si rischia di non comprendere pienamente il valore ed il senso della sua esistenza.<br />
Rispetto ai condizionamenti psicologici, che hanno agito sul pensiero di Frankl, il discorso è ancora più complesso.<br />
Da un’intervista rilasciata a Franz Kreuzer, giornalista di una radio viennese, apprendiamo che Frankl, fin da quando frequentava le scuole superiori, aveva mostrato un interesse spiccato per la psicoanalisi freudiana: Freud, dopo aver puntualmente risposto alla sua fitta corrispondenza, nel 1924 aveva addirittura pubblicato sulla Rivista ufficiale dell’Associazione un suo articolo. Nel frattempo, tuttavia, Frankl si era iscritto alla Scuola di Psicologia Individuale di Alfred Adler, alunno dissidente di Freud, cui contestava che il funzionamento psichico fosse da riferire alla forza delle pulsioni libidiche rimosse, affermando, invece, che</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">6 V.E. Frankl, The Will to Meaning, The New American Library, New York, 1969, trad. it.</P> <P ALIGN="RIGHT">Senso e Valori per l’esistenza, Città Nuova ed., Roma, 1994, p.40</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">era da associare a sentimenti di inferiorità organica (reale, presunta o simbolica) ed alle relative forme di ipercompensazione.</P><P ALIGN="JUSTIFY">Frankl fu radiato dalla scuola di Adler, perché non sufficientemente ortodosso rispetto alla sua dottrina: insomma Frankl riteneva entrambe le posizioni lesive della dignità umana e della sua libertà in quanto deterministiche e deresponsabilizzanti. Freud utilizzava le pulsioni libidiche come meccanismi inconsci provenienti da rimozioni e motivanti l’azione ad insaputa del soggetto; Adler enfatizzava la reattività del comportamento umano rispetto al senso di inferiorità, che i meccanismi compensatori trasformavano in volontà di potenza, concetto di memoria nietzschiana. Frankl non esita ad affermare che anche se l’uomo «non è libero da condizionamenti, quindi, se non ha in genere una libertà negativa, libertà da qualcosa, conserva, comunque, una libertà positiva, che gli consente di prendere posizione nei riguardi di ogni condizionamento» 7</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Anche C.G. Jung ( Scuola di Zurigo: Psicologia analitica) non sfugge alle sue critiche: pur se gli riconosce, infatti, di aver compreso che la nevrosi non è altro che “la sofferenza dell’anima che non ha trovato il suo significato”, Frankl lo accusa di aver fondato, mediante il ricorso alla simbolica archetipica, una sorta di “nuovo Olimpo” abitato da dèi archetipi. La psicoterapia diventa una sorta di azione sacrale…la trascendenza viene assunta nell’immanenza biologica. Jung, infatti, sosteneva che «gli archetipi si trasmettono ereditariamente con le strutture del cervello, di cui rappresentano l’aspetto psichico». Insomma per il nostro Autore ciascun uomo «è pienamente responsabile di ciò che fa, di ciò che ama e, paradossalmente, anche di ciò che soffre» perché anche in quest’ultimo caso egli può contrapporre il suo atteggiamento di lotta o di accettazione e trasformazione in prestazione positiva. Alla “volontà inconscia di piacere” di Freud ed alla “volontà di potenza” di Adler, Frankl contrappone la “volontà di attribuzione di senso”. La coscienza &#8211; egli afferma in molti suoi scritti- può essere definita un «organo di significato».</P><br />
8<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Tutte le precedenti posizioni, anche se abbastanza semplificate nella trattazione di Frankl, obbediscono, in modo diversi al principio dell’omeostasi: l’individuo, in tutte le specificazioni della sua esistenza, viaggerebbe verso una sorta di edenica distensione. L’autore mette in discussione tale tendenza: rifacendosi agli scritti di G.W.Allport e di Charlotte Bhuler, sostiene che tale formula è applicabile ad adattamenti parziali ed opportunistici, ma non al divenire ed al maturare progressivo della personalità umana che, invece, rivela una continua tensione verso uno scopo, un fine da raggiungere, sia esso un ideale o una persona. La caratteristica dell’umano non è la stasi ma “la resistenza all’equilibrio: la tensione, invece di essere ridotta, viene conservata “</P><br />
9<br />
In conclusione .<br />
<P ALIGN="RIGHT">7 V.E.Frankl, Der Mensch auf der Suche nach Sinn, Herder Verlag, Stuttgart, 1972, trad it. Alla ricerca di un significato nella vita, Mursia, Milano, 1996, p.123</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">8 C.G.Jung, Seelenprobleme der Gegenwart, Rascher, Zurich 1946, vol III, p.179</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">9 Ibid. p.39</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">«solamente nella misura in cui ci diamo, ci doniamo, ci mettiamo a disposizione del mondo, dei compiti e delle esigenze che a partire da esso ci interpellano nella nostra vita…comprendiamo che l’essenza dell’esistenza umana sta nella sua ‘autotrascendenza’, con la quale intendo l’essere orientato verso qualcosa o qualcuno che sta al di là o al di sopra di noi stessi, qualcosa o qualcuno, un significato o un valore da realizzare, o un altro essere umano da incontrare e da amare 10</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Si può, quindi, affermare che la logoterapia è l’accompagnamento, mediante l’ascolto attivo e la condivisione, di una persona in stato di forte disagio esistenziale che abbia smarrito quel “perché” della vita che- come affermava Nietzsche &#8211; ci permette di poterne affrontare ogni “come”; è il tentativo di ampliamento della gamma dei valori, il riconoscimento che essi non possano collidere, qualora se ne riconosca l’altezza, la priorità gerarchica rispetto ad altri, che appartengono a piani ontologici inferiori: la collisione dei valori è paragonabile all’illusione ottica prodotta dalla proiezione su di un solo piano di un fascio di luce che illumini due sfere: nell’ombra apparirà la sovrapposizione di due cerchi, ma in realtà le due sfere sono separate e una, in effetti, si trova più in alto di un’altra…».</P><br />
11<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Ricapitolando, la dottrina di Frankl è una vera e propria forma di axiologia filosofica che sfocia in una terapia intesa a colmare i “vuoti di senso” o, in linguaggio logoterapeutico, alla cura delle nevrosi noogene, che non dipendano solo da fattori fisici (somatici, organici, genetici), che non siano riconducibili solo a conflitti psichici, e che non soddisfino le tre condizioni di principio che fondano la teoria:</P><br />
la libertà della volontà<br />
la volontà di significato<br />
il significato della vita .<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Tali condizioni impongono di credere umanisticamente in individui che possano assumersi pienamente le loro responsabilità; che abbiano la forza di contrapporsi &#8211; attraverso ciò che l’Autore definisce autodistanziamento (e cioè mediante dereflessione, autoironia, umorismo, intenzione paradossa) anche alle dinamiche psichiche ed alla vita emotiva con i suoi conflitti, senza esserne determinati; che siano in grado, sostenuti da una facilitazione logoterapeutica, di cercare e reperire un senso tra i valori creativi (dare al mondo), tra quelli esperienziali (prendere dal mondo), tra quelli di atteggiamento (trasformare uno scacco o una sofferenza in una prestazione positiva). La logoterapia, in fondo, è una dottrina ottimistica perché, invece di enfatizzare il determinismo dei traumi del passato (come nel caso della psicoanalisi), esplora la quantità di tensione positiva, suscettibile di realizzarsi nel mondo e rispetto ai nostri simili, che sia pronta ad essere investita da chi si trovi in una condizione di disagio e di frustrazione a causa dello smarrimento del “significato” della sua singolare ed irripetibile situazione esistenziale:</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">10 Ibid.p.72</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">11 V.E.Frankl, The Will to meaning, p.71</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY"><em>« Il significato &#8211; avverte Frankl &#8211; non può essere prescritto come una ricetta…ma deve venir trovato e certo deve trovarlo il paziente per conto suo…In ogni situazione c’è solo un significato, quello vero. Si tratta di trovarlo e la coscienza viene in aiuto per una tale ricerca. La coscienza si può definire come la capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione. In breve la coscienza è un organo di significato». 12</em></P><br />
PER SAPERNE DI PIU’<br />
<P ALIGN="RIGHT">BRANCALEONE FERDINANDO, Logos, Significatività esistenziale e comunicazione terapeutica, Gli Archi, Torino,1989</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">FABRY JOSEPH B., Introduzione alla Logoterapia, Astrolabio, Roma, 1970</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">FIZZOTTI EUGENIO, La logoterapia di Frankl. Un antidoto alla disumanizzazione psicoanalitica, Rizzoli, Milano,1974.Problemi di “senso” ed analisi esistenziale nel pensiero di V. E. Frankl<br />
Il leitmotiv della logoterapia vuole lanciare un ponte tra i diversi<br />
significati del termine ‘logos’. Si ha allora come una fuga musicale:<br />
lo spirito ha bisogno del significato, il ‘nous’ ha bisogno del logos<br />
e la malattia noogena ha bisogno del suo trattamento logoterapeutico<br />
V.E.Frankl</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">La problematica axiologica, trattata sul piano filosofico nel precedente intervento, rinviava all’identificazione o, comunque, al collegamento reciproco dei termini senso/valore/finalità esistenziale. In effetti la psicolinguistica, la sociolinguistica e soprattutto la filosofia del linguaggio hanno dibattuto a lungo su che cosa si dovesse intendere per “senso” di una parola, di un enunciato o di una qualsiasi situazione descritta verbalmente. Il testo che probabilmente affronta in modo più completo tale argomento si intitola paradossalmente “Il significato del significato” ed è una panoramica sulle varie teorie linguistiche offerta da due autori del calibro di C.K Ogden ( Università di Cambridge) e di I.A. Richards ( Università di Harvard). Se ne ricavano circa una trentina di modalità per l’approccio al tanto discusso termine, usato continuamente da Frankl nei suoi scritti.</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Subito dopo il secondo conflitto mondiale Charles Morris, nella sua opera più incisiva (Segni, linguaggio e comportamento) 13</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">12 V.E. Frankl, Alla ricerca di un significato …, p.120 , cercò di fondare una teoria dei segni definita Semiotica, il cui principale assunto si riassumeva nell’evidenza che il “senso” di ogni segno o enunciato ha sempre una triplice rilevanza sui piani sintattico, semantico e pragmatico. La dimensione sintattica ci spiega che un segno desume il suo senso</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">13 C.Morris, Signs, Language and behaviour, Prentice Hall, New Jersey, 1946, trad it. Segni, linguaggio, comportamento Longanesi, Milano, 1963</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">dalla disposizione che assume in un contesto: dire che ‘x ama y ‘è ben diverso rispetto all’affermazione che ‘y ama x’ , anche se nella prima e nella seconda espressione i segni sono i medesimi. Il piano semantico rinvìa, invece, il segno a qualcos’altro, che ce ne spiega la funzione o il valore: la parola libertà in una dottrina socialista può significare liberazione da bisogni o vincoli imposti e assunzione di diritti; in un regime dittatoriale può identificarsi con l’arbitrio di chi vuol governare senza limiti giuridici e senza regole istituzionali.</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Infine la pragmatica si riferisce agli effetti comportamentali che i segni possono suscitare in chi li interpreta: Watlzawick, Beavin e Jackson hanno usato tale definizione nel ben noto trattato Pragmatica della comunicazione umana 14</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Questo secondo principio ci spiega, in pratica, che la relazione che si stabilisce tra gli interlocutori costituisce la funzione di attribuzione di senso e valore al contenuto, in quanto è una sorta di ‘istruzione per l’uso del medesimo’. Il famoso antropologo e linguista Gregory Bateson definiva, infatti, i due termini come content e command. , i cui primi due principi sono: 1) Non è possibile non comunicare; 2)Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi ‘metacomunicazione’.</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">V.E.Frankl &#8211; citato da Watzlawick ne “Il linguaggio del cambiamento” 15 -, sicuramente enfatizzava la dimensione relazionale(“ogni essere umano è un essere-in-rapporto 16<br />
« <em>Ciò che l’uomo ha da realizzare non è il suo proprio se stesso in quanto soggetto, ma qualcosa di relativo: il significato, infatti, non si riferisce solo ad una determinata situazione, ma anche ad una determinata persona. In altre parole il senso muta non solo di giorno in giorno e di ora in ora, ma cambia anche da uomo ad uomo. Il significato non è solo riferito ad personam ma anche ad situationem » ”) del significato, nonché il suo valore situazionale e di ricerca ed interpretazione personale :</em></P><br />
17<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Quando Frankl parla, ad esempio, della sofferenza di una vita senza “senso”, di ciò che definisce frustrazione esistenziale o nevrosi noogena, comprende nel termine tutta la tridimensionalità semiotica: il .</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">14 P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D.Jackson, Pragmatigs of Human Communication, W.W. Norton &#038; Co., Inc., New York, 1967, trad it. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Ubaldini ed., Roma, 1971</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">15 P.Watzlawick, Die Moglichkeit des Andersseins,Verlag Hans Huber, Bern, 1977, trad it. Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, Milano, 1980</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">16 V.E.Frankl, Grundlagen der Logotherapie und Existenzanalyse, F. Deuticke, Wien e Kindler, Munchen, 1946, trad.it., Logoterapia ed analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia, 1953.</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">17 V.E.Frankl, Der Mensche auf der Suche nach Sinn, Herder Verlag Stuttgart 1952, trad.it. Alla ricerca di un significato nella vita, Mursia, Milano, 1996, p.120</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">significato, infatti, in quanto situazionale e gestaltico, possiede una valenza sintattica; in quanto tendente alla realizzazione o al reperimento di un valore, rientra nel campo semantico; in quanto capace di ampliare e trasformare la gamma di possibilità esistenziali e di atteggiamento dell’individuo, dimostra una valenza di empowerment pragmatico.</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Per analisi esistenziale (che Binswanger prima e lo stesso Frankl successivamente hanno anche definito antropoanalisi ) si intende uno studio psicologico centrato non tanto su chi è bisognoso di cure, ma soprattutto sulla relazione esistenziale contestualizzata che si viene a creare con il facilitatore: nel campo di interazione non è necessario il momento interpretativo di eventuali traumi del passato, ma una sorta di simmetria di dignità umana nella coppia di interlocutori, che consenta di far emergere consapevolezza e responsabilità, come caratteri distintivi dell’umano: «L’antropoanalisi ha lo scopo di far sì che la persona trattata riassuma in sé, il più saldamente possibile, tali prerogative di umanità: è dunque una psicoterapia che parte dallo spirito. »18</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">In un’affermazione del genere si delinea il primato della libertà di scelta rispetto al determinismo di ciò che Frankl definisce psicologismo e sociologismo e cioè tutte le teorie che, enfatizzando a dismisura i condizionamenti genetici, inconsci e ambientali rendono l’uomo schiavo di forze cui egli stesso non è in grado di contrapporsi. L’esistente, invece, è &#8211; lo ribadisce anche Sartre nella sua psicoanalisi esistenziale<br />
19 &#8211; un continuo processo di scelte, l’incarnazione di un progetto fondamentale, di cui è pienamente responsabile. « La psicoanalisi esistenziale rifiuta il postulato dell’inconscio: il fatto psichico è coestensivo alla coscienza &#8211; così Sartre &#8211; ed è pienamente vissuto dal soggetto e come tale totalmente cosciente…la verità appartiene a priori alla comprensione umana, e la fatica essenziale è una ermeneutica, cioè un lavoro di decifrazione, una fissazione ed una concettualizzazione. » 20</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Se la psicoanalisi classica parlava di sintomi, quella adleriana di compensazioni reattive per consolidare la volontà di potenza, quella junghiana di simboli di funzionamento arcaico della psiche, l’analisi esistenziale vuole sottolineare che tali discorsi valgono sui piani fisico e psichico della persona, mentre su quello noetico l’individuo può contrapporsi alle sue stesse difficoltà assumendo un atteggiamento di fiducia o di vera e propria fede in una missione da compiere, in un ideale da raggiungere o in una persona da amare. Evidentemente l’esperienza dei campi di concentramento aveva influito non poco sulla maturazione di un teorico che, non solo dalla sua cultura ma soprattutto da quanto vissuto direttamente sulla soglia della continua minaccia di morte, aveva addirittura trovato un’analogia tra alcuni aspetti di ciò che accadeva in quei luoghi orribili e la perdita progressiva del significato della vita. Egli affermava che la reazione dei</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">18 V.E.FRANKL, Logoterapia ed analisi esistenziale…p.37</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">19 J.P. Sartre, L’étre e le neant, Gallimard, Paris, 1943, trad.it. L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano, 1997, p.633</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">20 Ibid.</P><br />
<P ALIGN="JUSTIFY">prigionieri nei campi di concentramento si può distinguere in tre fasi: all’inizio si viene spogliati della propria identità umana e professionale e si diventa un numero; nella seconda si perde progressivamente qualsiasi speranza o fede in qualcosa e si diventa fisicamente e psichicamente fragilissimi. Si cerca solo di sopravvivere in uno stato di minaccia e di angoscia. I più deboli “corrono ai fili” per suicidarsi con l’alta tensione. Nella terza &#8211; quella della liberazione, qualora vi si giunga &#8211; accade qualcosa di incredibile: la depersonalizzazione atrocemente vissuta e la realizzazione di un sogno covato per tanto tempo lasciano il prigioniero in uno stato di apatia ( melanconia da decompressione): dovrà riapprendere lentamente anche la capacità di gioire! “L’incertezza della data del rilascio provoca nel detenuto il sentimento di una durata praticamente infinita. L’indeterminatezza in cui è costretto, induce il prigioniero a non credere più nell’avvenire. La vita di tali ‘cadaveri viventi’ diventa così un’esistenza prevalentemente retrospettiva…ma l’uomo non può realmente esistere se non ha un punto fisso nel futuro a cui rivolgersi.<br />
Se l’uomo perde il suo futuro, la vita stessa si dissolve nella sua struttura… 21” Anche Ludwig Binswanger affrontando la fenomenologia della temporalità afferma che nelle forme depressive « la protentio (progettazione) si ritira nella retentio (memoria storica)…ciò significa che gli atti costituenti protentivi diventano necessariamente le cosiddette vuote intenzioni (Leerintentionen).Ciò che dovrebbe essere ‘ libera possibilità’ si ritira nel passato e nulla produce se non un ’futuro’vuoto o un ’vuoto’ come futuro 22<br />
Da tali parole appare tutta la valenza temporale dell’analisi esistenziale: Frankl aveva letto e conosciuto Martin Heidegger, per il quale essere e tempo coincidono, condivideva le intuizioni di Erwin Straus e di Paul Schilder sul tempo vissuto, la nozione di futuro di Sartre come “tensione verso l’al-di-là della coscienza ».</P><br />
23<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">E’ illuminante al riguardo uno studio recentissimo di Orange Atwood e Stolorow ”, verso qualcosa che trascende la nostra esistenza, ma che contemporaneamente ne fonda il progetto fondamentale. Il livello noetico, dunque, ci permette di tenderci verso il futuro, di pro-gettarci, di ri-processare il passato nella sua continuità con gli occhi rivolti in avanti, di trascenderlo e non farcene determinare, di autodistanziarcene.</P><br />
24<br />
<P ALIGN="RIGHT">21 V.E.Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale…,p.101 , che individua il disagio psichico (definito perdita del sé) in vari tipi di frammentazione: somatica (perdita dell’integrità dell’esperienza del proprio corpo); psicosomatica (perdita della continuità dell’esperienza tra passato e presente e tra corpo e mente); e della self agency (cioè del senso di essere iniziatori e responsabili delle</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">22 Ludwig Binswanger, Nelancholie und Manie. Phanomenologische Studien, Gunther Nesche Verlag, Pfullingen, 1960, trad.it. Melanconia e mania, Studi fenomenologici, Bollati-Boringhieri, Torino, 2006, p.32</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">23 J.P.Sartre, L’essere e il nulla…p.167</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">24 D.M.Orange- G..E. Atwood- R.D.Stolorow, Working Intersubjectively, The Analytic Press, N.Y., 1997, trad. it. Intersoggettività e lavoro clinico, Cortina, Milano, 1999, pp.54-55<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">proprie azioni): quest’ultima “perdita” può essere sicuramente equiparata a ciò che Frankl definisce “frustrazione esistenziale”.<br />
In ogni caso Frankl insiste sulla esigenza di cogliere integralmente l’uomo nella sua tridimensionalità fisica, psichica, noetica: la mancanza di una di tali dimensioni non riuscirebbe a farci distinguere la sua irripetibile individualità esistenziale, così come se investiamo con un fascio di luce dall’alto un cono, un cilindro e una sfera otterremo sempre la proiezione di un cerchio: per comprenderne la forma effettiva dovremo avere anche altrettante proiezioni laterali.<br />
E’ evidente che si possano riscontrare disturbi mentali di chiara origine somatica ( ad.es. una agorafobia sostenuta da ipertiroidismo), disturbi somatici di origine psichica (le cosiddette somatizzazioni, ad es. ulcere, disturbi pressurici, disturbi cardiaci o respiratori ecc.): ma in entrambi i casi -secondo Frankl &#8211; rimane intatta la dimensione noetica, quella che permette di attribuire senso a ciò che ci pone in una situazione di disagio e di contrapporre ad essa la nostra volontà assumendo un atteggiamento di autodistanziamento o di autotrascendenza: la metafora più cara all’Autore è quella dell’occhio che «vede se stesso solo quando è malato di cataratta…se l’occhio è sano osserva il mondo che lo circonda». Distanziarsi dal proprio disagio implica o forme di autoironia e di umorismo ( già considerate forme adattive di difesa dalla psicoanalisi classica 25) o abitudine alla dereflessione come capacità di interrompere la rotazione coatta sulla stessa preoccupazione, o ancora , da parte del terapeuta, come intenzione paradossa, di cui parla lo stesso Watzlawick ne “Il linguaggio del cambiamento” quando si riferisce alla prescrizione dei sintomi o alla ristrutturazione delle abitudini 26<br />
Ricapitolando il concetto di analisi esistenziale (trad. del tedesco Daseinanlyses = analisi dell’esserci) esso va profondamente differenziato da quello della psicoanalisi classica e anche da altre forme di psicoterapia, in quanto fondato filosoficamente su di una metodologia fenomenologica, che esclude il ricorso alla nozione di inconscio, ma osserva, senza artificiose interpretazioni, le forme dell’esistente nel suo proporsi nella relazione, nel suo modo di comunicare, nel suo modo di atteggiarsi. Quale sia il compito del logoterapeuta in tale rapporto di cura è felicemente espresso da una massima di K.GIBRAN ne Il Profeta: « Se davvero è un saggio non vi introduce nella casa della sua saggezza, ma vi conduce alle soglie del vostro spirito». : il paradosso insito nella prescrizione inganna, in effetti, l’emisfero cerebrale sinistro, suggestionando il destro, quello più interessato alla sfera emozionale: è dimostrato, infatti, che se ad una persona che soffre di insonnia si prescrive di restare sveglia per più notti di seguito, quasi sicuramente essa si addormenterà, minimizzando l’ansia di addormentarsi a qualsiasi costo. Per Frankl si tratta della forma più paradossale, ma efficace, di autodistanziamento e ristrutturazione per contrapposizione come nella massima ippocratica similia similibus curantur.</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">25 V.Lingiardi &#8211; F.Madeddu, I meccanismi di difesa, Cortina, Milano, 1994<br />
<P ALIGN="RIGHT">26 P.Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento…p.115<br />
<P ALIGN="JUSTIFY">Il logoterapeuta è, quindi, un accompagnatore nella misura in cui accoglie empaticamente la personalità di chi chiede aiuto; è un facilitatore comunicativo, in quanto consente all’interlocutore di accedere al logos, cioè di rendere pensabili i grovigli o i conflitti affettivi che lo tormentano, senza interpretarli in base a paradigmi precostituiti, ma bonificandoli in un dialogo coevolutivo; è un educatore nel senso di e-ducere, tirar fuori in modo maieutico, le possibilità esistenziali che, spesso, l’interlocutore non riesce a vedere e ad ampliarne lo spettro, consentendo al facilitato di cogliere improvvisamente- come in una percezione gestaltica &#8211; la trama di significato nascosta nella sua situazione esistenziale. In ogni caso non si va oltre il ruolo di accompagnatori: il significato, in ultima istanza, non può essere dato, ma deve venir trovato e certo dovrà trovarlo il paziente per conto suo. La logoterapia non pronuncia alcun giudizio sul senso o non senso, sul valore o disvalore. Ogni situazione ha la sua propria entelechia ( ragion d’essere, senso). Il nocciolo del significato che si trova in ogni situazione non è soggettivo, bensì oggettivo: Wertheimer, fondatore della Gestaltpsycologie, parla di un carattere esigenziale insito in ogni contesto 27<br />
La logoterapia, in conclusione, ben lontana da essere una scuola dogmatica, si dimostra aperta a qualsiasi apporto culturale di approfondimento sia sul piano metodologico, sia su quello dei contenuti, dimostra il suo enorme potenziale di spinta alla ricerca anche di ciò che potremmo definire il “senso” delle modalità di aiuto solidale dell’uomo rispetto ad altri umani che ne necessitino, perché hanno, magari solo temporaneamente, smarrito “la diritta via” del loro percorso esistenziale. .</P><br />
PER SAPERNE DI PIÙ<br />
<P ALIGN="RIGHT">DE DOMINICIS ANDREA, Logoterapia e progetto uomo, Centro italiano di solidarietà, 1987</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">FIZZOTTI EUGENIO, Angoscia e personalità. L’antropologia in V.E.Frankl, Dehoniane, Napoli, 1980</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">LUKAS ELISABETH, Dare un senso alla vita. Logoterapia e vuoto esistenziale,Cittadella, Assisi, 1986</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">LUKAS ELISABETH, L’immagine dell’uomo nella logoterapia, Centro italiano di solidarietà. Roma, 1987</P><br />
<P ALIGN="RIGHT">27 V.E.Frankl, Alla ricerca del significato nella vita…pag.180 </P></p>
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		<title>LOGOTERAPIA APPLICATA ALL’ HOSPICE</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 14:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[L.A. nr. 9-11 - Anno 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[di: Natalina Barbona • L’Hospice è una struttura residenziale che svolge un’attività integrata e interfacciata con l’assistenza domiciliare di cure palliative rivolte a pazienti terminali. • L’Hospice accoglie pazienti inguaribili, in fase avanzata di malattia, che non possono più essere &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/22/375/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di: <strong>Natalina Barbona</strong></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">•	L’Hospice è una struttura residenziale che svolge un’attività integrata e interfacciata con l’assistenza domiciliare di cure palliative rivolte a pazienti terminali.<br />
•	L’Hospice accoglie pazienti inguaribili, in fase avanzata di malattia, che non possono più essere curati a casa temporaneamente o stabilmente.</P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Il ricovero è quindi visto come integrazione alle cure domiciliari e mai come alternativa al ricovero ospedaliero. La peculiarità delle cure palliative è di adattarsi giorno per giorno alle esigenze del paziente e dei suoi familiari. Ogni cura o trattamento richiedono quindi di essere continuamente riesaminate.<br />
L’ hospice non è “l’ultima spiaggia”, la speranza non termina quando la guarigione non è più possibile, ma vive quando il paziente sa di non essere abbandonato e di poter sempre contare su qualcuno, che potrà ottenere il controllo del dolore, che non verranno fatte cose contrarie alla sua volontà, che si possono ancora soddisfare desideri e aspettative e che sarà assistito nell’affrontare il deperimento fisico.</p>
<p><strong>FINALITA’ DELL’HOSPICE:</strong></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Definizione e realizzazione di un programma di cure palliative personalizzato e orientato a migliorare la qualità della vita residua attraverso una risposta globale ai bisogni del paziente in stadio terminale. Una risposta terapeutica integrata alla molteplicità dei bisogni nelle sfere: fisico, emozionale, sociale, spirituale e culturale del paziente e famiglia.<br />
Qui si fa riferimento al concetto Frankliano di unicità nonostante la molteplicità, l’uomo è unico e irripetibile nonostante la tridimensionalità (fisica psichica e spirituale) del suo essere.</P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Realizzazione di una valida alternativa alla casa quando questa non è più idonea ad accogliere il malato. Accompagnamento alla morte, preparazione e supporto al lutto dei familiari. Ciò che in logoterapia viene denominata Cura Medica dell’Anima applicabile esclusivamente nella triade tragica (sofferenza, colpa, morte) nella quale il Medico si sveste del suo camice e delle sue certezze scientifiche per consolare con con-passione i pazienti.</P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Formazione e preparazione pratica del personale (medici, infermieri, psicologi, oss, fisioterapisti, volontari…), rinnovamento della pratica medica in termini UMANISTICI.<br />
Il superamento del determinismo del pluralismo delle scienze che sezionano e leggono l’uomo  fino talvolta a contraddirsi tra loro, attraverso la ricerca delle peculiarità uniche del paziente.<br />
 Le cure palliative sono focalizzate sulla qualità della vita e considerano il morire un processo naturale, non affrettano né pospongono la morte. Provvedono al sollievo dal dolore e degli altri sintomi soggettivi del paziente.<br />
Offre sistemi di supporto per rendere il più possibile attiva la vita del paziente.<br />
Offre supporto per aiutare la famiglia durante la malattia del paziente e durante il lutto.<br />
Utilizza la multidisciplinarietà nell’intervento operativo.</P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Le indagini sono ridotte al minimo e i trattamenti sono diretti al controllo dei sintomi e non a quello della malattia.<br />
Questi concetti implicano una logica di umanizzazione delle cure e dell’assistenza basata sulla visione più globale del malato e della sua famiglia. La famiglia stessa diviene “unità terapeutica” per il malato.<br />
L’equipe considera il profilo fisico, emotivo, psico-sociale e spirituale del paziente, rivalutando continuamente le problematiche assistenziali e di sollievo che emergono per lui e per la famiglia.</P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">Il dialogo continuo e la corretta comunicazione  impostata sulle reali aspettative e sugli obiettivi condivisibili, permettono una relazione reciproca tra equipe e famiglia, atta a valutare le scelte e le azioni da intraprendere con il malato. Particolare attenzione viene dedicata al sistema di valori del malato, al suo modello culturale e di credenze.<br />
Le categorie valoriali rappresentano uno dei fondamenti della logoterapia , suddivisi in valori creativi (ciò che l’uomo fa e crea), valori d’esperienza (ciò che l’uomo sperimenta su di sé) e i valori di atteggiamento (ciò che l’uomo soffre). E’ a quest’ultima categoria che si fa maggiormente riferimento.<br />
In definitiva l’Hospice rappresenta  la risultante dei principi  e dei presupposti etici che ruotano attorno all’autonomia del malato reso consapevole e responsabile di sé stesso (quando lo richieda), in merito all’evolvere della situazione.<br />
Qui la tematica esistenziale del libero arbitrio propria della dimensione spirituale Frankliana.</P></p>
<p> <P ALIGN="JUSTIFY">Ciò per permettere la realizzazione di una migliore qualità di vita che per il singolo ha significato e  valore.<br />
Nell’ambito dell’organizzazione del lavoro in equipe, si attribuisce all’infermiere professionale un ruolo centrale e fondamentale, caratterizzato da una maggiore autonomia e da una più estesa responsabilità nelle cure e assistenza al malato, talvolta “negoziando” la terapia con il medico.<br />
Nell’ambito del “prendersi cura” del malato grave, vanno ricercati e evidenziati aspetti riguardanti le dimensioni riferite all’ETICA e alla SPIRITUALITA’ dell’individuo, fino ai concetti di “estetica” e “creatività”.<br />
1.	L’estrema <em>FLESSIBILITA’</em> nelle risposte originali ed individuali che l’equipe deve fornire nei confronti dei bisogni del paziente e della famiglia<br />
2.	Il completo <em>RISPETTO</em> dell’individuo come persona umana messa di fronte all’estremo momento di conoscenza di sé stesso e della propria esistenza.<br />
3.	La <em>CREATIVITA’</em> che consiste nel ridare la possibilità alla persona di “essere capace di fare da sé” e dipendere il meno possibile dagli altri.<br />
4.	La <em>BELLEZZA</em> sperimentabile nell’hospice attraverso la pittura, l’ascolto di musica, lo scrivere poesie o leggere proponendo così scambi di valori interiori  e esistenzialità esteriore.</P></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">La dialettica positiva può dare vita ad esperienze e sentimenti etici di profonda intensità difficilmente raggiungibili in fasi della vita più fortunate.</P></p>
<p><strong>IL RUOLO DEL VOLONTARIATO</strong></p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY">L’hospice non è composto solo da specialisti, l’equipe è integrata dal ruolo assistenziale del volontariato che in ogni caso non opera da solo ma può essere consultato nelle riunioni degli operatori professionali.<br />
Il volontariato è un punto di ulteriore forza nell’equpe in quanto composto da persone che spontaneamente si avvicinano per aiutare chi soffre.<br />
Se preparati sono capaci di relazioni fortemente empatiche e possono assolvere anche compiti di compagnia, ascolto, animazione non risentendo della routine istituzionale.<br />
E’ un rappresentante laico e parla lo stesso linguaggio del profano, al quale spesso è più facile e spontaneo esternare le proprie ansie, paure, incertezze o dubbi più difficili da esprimere ai medici o infermieri.<br />
Anche l’espressione dei bisogni, magari quelli considerati più puerili, possono avere una enorme importanza nel determinare la qualità dei momenti trascorsi nell’hospice. </P></p>
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		<title>Il senso della vita e la triade tragica nel ciclo vitale</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 14:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[L.A. nr. 9-10 - Anno 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ingrid Russi Zagozen &#8211; INTRODUZIONE: Al centro della logoterapia di V. E. Frankl (1994) e` l’uomo nella sua integrita` psico-fisica-spirituale, che e` orientato a trovare e a vivere il significato della propria vita. Ma la verita` e` che molte &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/22/il-senso-della-vita-e-la-triade-tragica-nel-ciclo-vitale-2/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><P ALIGN="JUSTIFY"><strong>di Ingrid Russi Zagozen</strong> &#8211; INTRODUZIONE: Al centro della logoterapia di V. E. Frankl (1994) e` l’uomo nella sua integrita` psico-fisica-spirituale, che e` orientato a trovare e a vivere il significato della propria vita. Ma la verita` e` che molte volte non riesce a percepire questo significato e quando viene confrontato con la triade tragica (la sofferenza, la colpa, la morte) il significato della vita (e della triade tragica) gli sfugge ancora di piu`: o non lo percepisce (non riesce a vederlo) oppure non vuole o non puo` accettarlo (respinge il significato percepito). Con la ricerca abbiamo cercato di analizzare il rapporto che esiste tra il senso della vita e la triade tragica (sofferenza, colpa e morte) nel ciclo della vita. CAMPIONE: I questionari sono stati distribuiti a 840 persone e il 49% di esse gli ha compilato e restituito. Dopo l’eliminazione di alcuni che non erano corettemente riempiti abbiamo preso in analisi 358 questionari. Il campione e` di un’ eta` compresa tra i 18 e i 91 anni (133 uomini e 255 donne). In seguito i sogetti sono stati ragruppati in quattro gruppi. ll livello di istruzione del campione: l’ 81,3% delle persone ha finito almeno la scuola media. L’unica grande deviazione e` nell’ ultimo gruppo dove il 23,4 % delle persone ha solo un educazione minima. QUESTIONARIO: Il questionario comprende 96 domande che si centrano sul senso della vita e sulla triade tragica. Certe domande sono state costruite per lo scopo di questa ricerca, altre fanno parte di alcuni questionari e scale (logoterapeutici e non) gia` esistenti: il PIL (Purpose in Life, Crumbaugh e Maholick, 1969), il LPQ (Life Purpose Questionnaire, Hutzell, 1982), il MIST (Meaning in Suffering Test, Starck,1985), il DAQ (Death Anxiety Questionnaire, Conte, Weiner e Plutchik, 1982), il R-DAS (Revised Death Anxiety Scale, Thorston e Powell, 1994). La persona risponde alle domande con l’aiuto di una scala grafica di 50 mm (vero / falso). Alla fine del questionario ci sono ancora due domande dove la persona gradua su una scala grafica di 80 mm la sofferenza che sta vivendo e la sofferenza massima vissuta. Anche se all’ inizio siamo partiti da una presupposizione logica a quale concetto avrebbe dovuto appartenere una domanda, alla fine e` stata fatta un’ analisi fattoriale (PC, varimax rotation) di tutte le domande insieme e cosi`, su questo campione, le domande si sono raggruppate in cinque scale: La scala del senso della vita (SSV) &#8211; La scala della sofferenza (SS) &#8211; La scala della colpa (SC) &#8211; La scala del morire (SPM) &#8211; La scala della paura dell’ annichilimento (SPA). Poi e` stata rifatta l’analisi fattoriale anche su ognuna delle scale ottenute e sono stati estrapolati ancora dei fattori: La scala del senso della vita (SSV, n = 29, Cronbach Alpha = ,92) Soddisfazione con la vita (SSV1). La parte emotiva del significato, l’interesse per la vita, la felicita` per la vita. Quanto sono soddisfatto, contento della mia vita? Lo scopo della vita (SSV2). La parte piu` cognitiva del significato. Quant’ e` significativa ed importante la mia vita, che senso ha? Fuga nel passato (SSV3). C’e` un dubbio nel senso della vita, perche` la vita finisce con la morte. E` questa la ragione che porta la persona a rifugiarsi nel passato, sebbene nel passato non avesse percepito la possibilita` di decisione. Rassegnazione (SSV4). C’e` una mancata percezione di qualsiasi cosa positiva nella vita: la persona deplora il passato, dubita nel senso del presente e ha paura del futuro. Questa rassegnazione puo` arrivare fino alla disperazione. Sensatezza del passato (SSV5). Le persone percepiscono un significato nella loro vita vissuta e sono convinte che valeva la pena di viverla. Orientamento verso il futuro (SSV6). La persona e` orientata verso il futuro, ha dei progetti che vuole realizzare e dei traguardi che vuole raggiungere. La scala della sofferenza (SS, n = 18, Cronbach Alpha = ,85). Il senso della sofferenza (SS1). Rappresenta l’attitudine positiva verso la sofferenza, che viene vissuta come una possibilita` per la crescita interiore. La persona riesce a trovare un senso nella vita malgrado la sofferenza che vive e trova un senso anche nella sofferenza stessa. L’ attitudine verso la colpa (SS2). Rappresenta l’attitudine positiva verso la colpa: la colpa ha un significato e richiede il pentimento. La forza dello spirito (SS3). Rappresenta la convinzione che l’uomo puo` combattere la sofferenza e contrapporsi ad essa. La sofferenza dopo la morte (SS4). La scala della colpa (SC, n = 11, Cronbach Alpha = ,80). I sensi di colpa (SC1). Quanti sensi di colpa ha la persona e la tendenza della persona di sentire i sensi di colpa. Le scelte sbagliate (SC2). Rappresenta le scelte sbagliate fatte e le possibilita` omesse. Le possibilita` realizzate (SC3). La scala della paura del morire (SPM, n = 15, Cronbach Alpha = ,86). La paura della sofferenza (SPM1). La paura del dolore, della sofferenza, della morte, della malattia. La paura di perdere il controllo (SPM2). La paura di perdere il controllo di se stessi nella sofferenza o prima della morte. La paura per l’altro “importante” (SPM3). La paura di lasciare quelli a cui vogliamo bene, la preoccupazione per il loro dolore. La paura dell’ isolamento sociale (SPM4). La paura di morire soli, isolati dagli altri. La scala della paura dell’ annichilimento (SPA, n = 11, Cronbach Alpha = ,85). La paura del non essere, del nulla. ESECUZIONE DELLA RICERCA: I sogetti sono stati selezionati casualmente. All’ inizio abbiamo spiegato i fini della ricerca e poi abbiamo distribuito i questionari alle persone che si sono mostrate disponibili per collaborazione nella ricerca. I questionari sono stati restituiti personalmente o per posta. RISULTATI. Uno dei tre assiomi della logoterapia e` che la vita (e ogni momento della vita) ha un significato (Frankl, 1994) e che il significato esiste sempre e sotto ogni condizione: non c’e` un periodo della vita piu` o meno significativo degli altri. Se qualcuno sostiene che un certo periodo della vita non ha nessun senso o non valeva (non vale) la pena di viverlo (questa valutazione negativa e` tipica per la vecchiaia), non e` perche` oggettivamente il periodo non ha un senso, ma e` la persona che non e` ancora riuscita a scoprirlo. Percio` abbiamo ipotizzato che le persone di diversa eta` non si distingueranno tra di loro nella percezione globale del significato della vita. L’ipotesi e` stata respinta: con gli anni diminuisce la percezione della sensatezza della vita, le persone anziane hanno ottenuto un punteggio piu` basso rispetto agli altri gruppi (r = &#8211; ,315 p &lt; .001). Un’ analisi successiva piu` approfondita ci ha pero` mostrato che con gli anni non cambia la soddisfazione per la vita (SSV1) o il percepito scopo della vita (SSV2), quello che cambia e` la percezione del passato (r = ,434, p &lt; .001) e l’orientamento verso il futuro (r = -,441, p &lt; .001). La tendenza di diminuzione dell’ orientamento verso il futuro si manifesta gia` nel secondo e terzo gruppo di eta`, ma piu` drasticamente nella vecchiaia. Con gli anni cambia la prospettiva dalla quale l’anziano guarda la sua vita. Gia` in un’ altra ricerca fatta (Russi, 1996) e` risultato che l’anziano valorizza indipendemente la sensatezza del passato, del presente e del futuro. Da un ottica “di tempo” la vecchiaia e` il periodo della vita piu` vicino alla morte, quando c’e` molto passato vissuto e poco futuro ancora da vivere. L’uomo, ancorato al presente, e` orientato verso il futuro, che puo` almeno in parte prevedere. La vicinanza della morte limita questa possibilita` di prevedere (perche` la morte puo` arrivare ogni momento) e allo stesso tempo provoca paura (la paura della morte). Per questo e` logico che le persone anziane non sono tanto orientate nel futuro e non si pongono tante mete da raggiungere quanto i piu` giovani. Da un punto di vista logoterapeutico e psicoigenico questo e` pure positivo, poiche` un’ esagerata orientazione verso il futuro porterebbe alla disperazione e alla depressione: la persona sarebbe in continua competizione con il tempo. La vecchiaia richiede mete reali, che sono differenti dalle mete che si pone la persona in eta` giovane o in eta` matura. Queste mete sono legate ai significati specifici dell’ ultimo periodo della vita. Percio` possiamo concludere che la percezione del futuro nelle persone anziane e` veramente fondata sul presente e non e` problematica, tranne nel momento in cui l’anziano deve confrontarsi con la morte. Questo confronto pero` e` evoluzionalmente necessario. Quello che si e` dimostrato problematico nelle persone anziane comprese nella nostra ricerca e` invece la percezione del passato. Sembra come se le persone anziane non riescano a trovare un significato piu` profondo nel loro passato e non sappiano dargli un valore. Ma e` proprio questo passato che rappresenta la ricchezza che solo loro hanno: quello che hanno vissuto e fatto e` eterno (Frankl, 1994). Dall’ altra parte e` la morte che vedono davanti che li fa scappare indietro, proprio nel passato che non sanno valorizzare abbastanza. Jung (1977) scrisse:”… e come se le persone anziane avessero un significato e una meta, ma piuttosto che andare avanti con il tempo, vanno indietro contro il tempo”. La morte ha – almeno ad un livello inconscio – una grande importanza nella vita e specialmente nella vita della persona anziana. Provoca dubbi e paure e quando si avvicina implica un confronto con se stessi e con la vita. Per questo e` importante lo sguardo retrospettivo alla propria vita (Butler, 1963, Levinson 1978, Marshall, 1982, Erikson, 1982), per il quale potremmo dire che e` il significato specifico della vecchiaia. L’uomo valuta il proprio passato, le cose realizzate, gli sbagli fatti. Durante tutta la vita puo` correggere o cambiare, valutare il passato, le decisioni e scegliere le possibilita` nel presente pensando al futuro, pero` nella vecchiaia non puo` ricominciare, non puo` correggere piu` di tanto, quello che pero` puo` e deve fare e` prendere un attitudine verso le cose vissute (o verso se stesso) e` dare un senso globale alla vita. I risultati della ricerca (analisi fattoriale) mostrano anche che parlando della paura della morte si deve distinguere due paure: la paura del morire e la paura dell’ annichilimento. La paura del morire si genera nella dimensione psicofisica e si riferisce su essa, la paura dell’annichilimento invece si genera nella dimensione spirituale e trascende l’uomo, e` una paura autentica, irriducibile alla dimensione psico-fisica (Tillich, 1961, Boss, 1962, Frankl 1994, Trstenjak, 1993), e` una paura difficile da descrivere, piu` che paura e` angoscia che sentiamo dentro di noi pensando “che saremo niente o cosa e come saremo”. La paura del morire aumenta con l’ eta` della persona (r = ,28, p &lt; .001) ed e` specialmente evidente nella vecchiaia, mentre la paura dell’annichilimento e` indipendente dall’ eta`. Con l’eta` diventa piu` forte la paura della sofferenza prima della morte (r = ,276, p &lt; .001) e la paura di perdere il controllo di se stessi prima della` morte (r = ,241, p &lt; .001), e nella vecchiaia diventa piu` forte anche la paura del isolamento sociale che nella mezza eta` si e` un po’ placata. Non e` per niente strano che la paura del morire con gli anni diventa sempre piu` forte, anche perche` la morte e` sempre piu` vicina (non e` piu` tanto astratta o “impossibile”). Oggi le persone muoiono da sole, lontano dai occhi dei famigliari, socialmente isolate negli ospedali e nelle case di cura, e forse – paradossalmente -soffrono pure di piu` di una volta. Frankl (1994) parlando della morte dice: della morte come fine hanno paura solo quelle persone che non hanno compiuto qualcosa. La ricerca l’ha confermato: in tutti i periodi della vita e` con un mancato significato che si collega una piu` elevata paura dell’annichilimento (r = -,349, p &lt; .001). Questo ci dimostra che le cose realizzate sono eterne, mentre le possibilita` sono temporanee. Con le cose realizzate in un modo simbolico sopravviviamo la morte, diventiamo immortali. I risultati ci confermano anche un altra cosa che sostiene la lofoterapia: chi fa scelte sbagliate o omette le possibilita` di significato che ha, dovra` prima o poi confrontarsi con la colpa (tabella 3). Percio` e` l’ uomo che non vede un significato nella propria vita l’ uomo che che vive i sensi di colpa, che soffre e che ha paura della morte come non essere. L’uomo che sofre, il homo patiens, e nella logoterapia un concetto importante, perche` la sofferenza fa parte della vita umana e quando l’uomo non puo’ combatterla e chiamato ad assumere un giusto atteggiamento verso questa esperienza. Parlando di sofferenza dobbiamo distinguere l’attitudine per la sofferenza, che rappresenta l’aspetto cognitivo, dall’ esperienza della sofferenza, che rappresenta l’ aspetto emotivo. Nella ricerca abbiamo chiesto alle persone di valutare: quanto soffrono oggi e di comparare questa sofferenza alla massima sofferenza vissuta la massima sofferenza finora vissuta e di compararla alla massima sofferenza che (ipoteticamente) puo` colpire l’uomo durante la sua vita. Le risposte mostrano che, con gli anni, cambia questa valutazione. Piu` la persona e` vecchia e piu` la sofferenza attuale si avvicina alla massima sofferenza vissuta (r = ,232, p &lt; .001), mentre la massima sofferenza vissuta sembra di avvicinarsi alla sofferenza massima possibile (r = ,250, p &lt; .001) . Questo ci dimostra che la sofferenza fa parte della vita, che e` inevitabile e che – per esprimerci simbolicamente &#8211; “piu` a lungo vivremo, piu` soffriremo”. La vita ci da` tante possibilita`: la possibilita` di creare, di amare, di essere felici, ma per aver questo dobbiamo prendere in appalto che anche soffriremo. Poi, con gli anni, cambia leggermente anche l’attitudine verso la sofferenza, che viene percepita piu` positivamente (r = ,144, p &lt; .01). Anche l’esperienza e l’attitudine sono correlate: le persone con un’ attitudine piu` positiva verso la sofferenza, soffrono di piu` (SA; r = ,12, p &lt; ,05; MT; r = ,17, p &lt; ,01). Ci sono due possibilita`per questo collegamento (che poi e` un po’ simile anche tra i sensi di colpa e l’attitudine verso la colpa): la persona che soffre cerca di trovare un significato positivo nella propria sofferenza ed anche la persona con un’attitudine positiva verso la sofferenza e` piu` disposta ad ammettere che soffre, perche` la sofferenza non viene vissuta come un’ emozione negativa, che deve essere respinta o negata. CONCLUSIONI. Tenendo conto dei limiti della ricerca possiamo concludere che l’uomo e` veramente orientato a trovare e a vivere il significato della propria vita. Se questo non gli riesce soffre, vive i sensi di colpa e a paura della morte come annichilimento del essere. Ma allo stesso tempo dobbiamo amettere anche che il periodo della vita nel quale si trova la persona e` una determinante importante nella percezione della sensatezza dei diversi periodi della vita e nella esperienza della triade tragica. L’uomo, invecchiando, si orienta meno al futuro e piu` verso il passato, ha piu` cose realizzate, ma anche piu` sofferenza vissuta e piu` paura del morire.<br />
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Trstenjak, A. 1993: Umrješ, da živiš. Ljubljana: Mohorjeva družba. </P></p>
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		<title>Evoluzione clinica e immunologica in soggetti HIV</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 14:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[L.A. nr. 9-10 - Anno 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[di Natalina Barbona &#8211; Da molti anni una considerevole quantità di ricerche sperimentali ha dimostrato come i meccanismi di regolazione del sistema nervoso e i fattori psicosociali possano influire sulla reattività immunitaria. La percezione individuale dello stress e la capacità &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/22/evoluzione-clinica-e-immunologica-in-soggetti-hiv-2/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><P ALIGN="JUSTIFY"><strong>di Natalina Barbona</strong> &#8211; Da molti anni una considerevole quantità di ricerche sperimentali ha dimostrato come i meccanismi di regolazione del sistema nervoso e i fattori psicosociali possano influire sulla reattività immunitaria. La percezione individuale dello stress e la capacità o l’impossibilità di utilizzare risposte di coping possono dare il via a una serie di eventi fisiologici a carico del sistema nervoso. Altri contributi offerti da studi sui fattori psicologici nel cancro (Greer et. al., 1979) hanno evidenziato che le donne che avevano reagito alla diagnosi di neoplasia mammaria con spirito combattivo, mostravano una sopravvivenza significativa ad un follow-up di cinque anni (Pettignale,1984). Simili risultati sono stati riportati in caso di melanoma maligno (Di Clemente-Temoshok, 1985). Su pazienti ARC/AIDS, Temoshok (1988) ha riscontrato una correlazione tra alti valori basali di rabbia e ostilità e minore sopravvivenze. In uno studio presentato al meeting della American Association for the Advancement of Science (Anonymus1989) è emerso che l&#8217;elaborazione emozionale e il supporto psicologico possono avere un effetto benefico sulla funzione immunitaria dopo la rivelazione diagnostica. La situazione emotiva e quella immunitaria risultano, quindi, essere influenzate da molti fattori, uno dei quali spesso poco considerato è la volontà e la realizzazione interiore di senso proprie della dimensione noetica.* [1] La realizzazione interiore di senso contribuisce a mantenere una stabilità emotiva e conseguentemente anche la situazione immunitaria può restare stabile. &#8220;La volontà di restare sano&#8221; non può essere però espressione egocentrica ma richiede uno scopo esterno, un significato al di là dell’uomo stesso. Si tratta quindi della capacità di autotrascendenza. E&#8217; da queste considerazioni che scaturisce l’interesse della ricerca. Ipotesi di ricerca: Si è ipotizzata l&#8217;esistenza di una correlazione tra: 1. realizzazione di un significato esterno a sé stessi; 2. miglioramento dello stato emotivo e, conseguente; 3. miglioramento della prestazione immunitaria nella sindrome da HIV.Per verificare l&#8217;ipotesi si è osservata l&#8217;evoluzione di parametri biologici, psicologici e noetici nell&#8217;arco di tre anni in due gruppi di ex-tossicodipendenti HIV positivi. La ricerca si è svolta con la collaborazione del Prof. Ferdinando Aiuti e del Dott. Ivano Mezzaroma del Policlinico Umberto I di Roma (reparto di malattie infettive) e di don Mario Picchi, Presidente del Centro Italiano di Solidarietà (CeIS). Il campione era costituito da due gruppi: 1. ex-tossicodipendenti HIV-positivi, seguiti esclusivamente presso il Day-Hospital del Policlinico Umberto I 2. ex-tossicodipendenti HIV-positivi, seguiti presso la stessa struttura ma in trattamento psicoterapeutico presso il Centro Italiano di Solidarietà. Una volta l&#8217;anno, con tempi di osservazione non superiori ai 30 giorni, è stato somministrato all&#8217;intero campione il Logo-test (Lukas, 1987) che permette di rilevare indici di realizzazione interiore di un senso della vita o, al contrario, di frustrazione esistenziale. Contemporaneamente sono stati esaminati i risultati delle analisi immunologiche (CD4, Skin-test, Immunoglobuline). Materiale e metodo 1. Descrizione del campione; Il campione utilizzato per la ricerca era composto da 20 soggetti così suddivisi: Gruppo 1 composto da 10 soggetti, di cui 8 di sesso maschile e 2 di sesso femminile, ex-tossicodipendenti, HIV-positivi, in trattamento psicoterapeutico nel programma Progetto Uomo del Centro Italiano di Solidarietà, seguiti a livello clinico-farmacologico nel Day-Hospital del Policlinico Umberto I di Roma (reparto malattie infettive); Gruppo 2 composto da 10 soggetti, di cui 8 di sesso maschile e 2 di sesso femminile, ex-tossicodipendenti, HIV-positivi, mai sottoposti a trattamenti psicoterapeutici, seguiti a livello clinico-farmacologico nel medesimo reparto. L&#8217;età per l&#8217;intero campione oscillava tra i 22 e i 39 anni con una media di 28 anni. Il grado di istruzione medio era scuola media inferiore. Il livello occupazionale per il gruppo 2 è risultato medio-basso, nel gruppo 1 inesistente per via della residenzialità o semi-residenzialità prevista dal programma terapeutico. L&#8217;intero campione ha fatto uso di sostanze stupefacenti (eroina in particolare) per una media 7 di anni. La prima diagnosi di HIV positiva risale a circa quattro anni prima per l&#8217;intero campione. Luogo dell&#8217;indagine e metodologia della ricerca. L&#8217;indagine si è svolta in tre anni ed una volta l&#8217;anno è stato somministrato il Logo-Test all&#8217;intero campione. Nel gruppo 1 (in trattamento psicoterapeutico) la sommini­strazione è avvenuta collettivamente nei locali del Centro Italiano di Solidarietà di Roma. Nel gruppo 2 (solo Day-Hospital) la somministrazione è stata effettuata in sedute individuali tenute dalla scrivente con la presenza del Dott. Mezzaroma. Al momento della consegna del test venivano chiarite le finalità della ricerca e garantito l&#8217;anonimato. Contemporaneamente al periodo di somministrazione del Logo-Test sono state effettuate le analisi cliniche, per un totale quindi di tre volte in tre anni, con una differenza di tempi di osservazione non superiore ai 30 giorni. Strumenti. Gli strumenti utilizzati nella ricerca sono stati: Colloquio preliminare individuale; Analisi cliniche (CD4, Skin Test, Immunoglobine IgG-IgM-IgA); Logo-test (creato da E. Lukas). Colloquio preliminare individuale. Si è ritenuto opportuno effettuare un colloquio preliminare individuale con ogni soggetto del campione allo scopo di: fornire una spiegazione di scopi e modalità dell&#8217;indagine; verificare la disponibilità per la ricerca nell’arco dei tre anni; favorire l’abbassamento del livello di ansia nei soggetti; fissare l&#8217;appuntamento per la prima somministrazione del test. Analisi cliniche. I CD4 sono linfociti che inducono la risposta immunitaria e ne è stata ampiamente dimostrata la diminuzione numerica e funzionale in seguito all&#8217;infezione da HIV. I CD4 rappresentano l&#8217;elemento maggiormente significativo nell&#8217;organizzazione del sistema immunitario nella sindrome AIDS. La progressiva diminuzione dei linfociti CD4 è la principale causa della riduzione delle difese immunitarie dell&#8217;organismo ed è la condizione per lo sviluppo delle infezioni opportunistiche proprie della fase terminale dell&#8217;infezione (AIDS conclamata). I valori normali dei CD4 sono compresi tra 650 e 1000. Lo Skin Test permette di evidenziare i cosiddetti linfociti con memoria, cioè linfociti specifici attivati immunologicamente in seguito al contatto con l&#8217;antigene. Possono vivere nell&#8217;organismo molti anni. Lo Skin Test offre la possibilità di verificare la qualità della risposta immunitaria: ad un maggior numero di reazioni cutanee (7 prove costituenti l&#8217;intero Skin-Test) corrisponde un miglior stato generale del paziente. I valori normali di risposta allo Skin Test sono maggiori di 2 risposte cutanee su 7 prove. Le immunoglobuline sono anticorpi, proteine prodotte dai linfociti B e dalle plasmacellule. Un alto numero di immunoglobuline segnala l’infezione. Tra tutte, le IgA rivelano la fase avanzata nell&#8217;infezione da HIV. I valori normali delle IgG sono 1050 +/- 300, delle IgA 80 +/- 100, delle IgM 120 +/- 80. Logo-test Il Logo-test è stato sviluppato dalla dott.ssa Elisabeth Lukas nell&#8217;Istituto di Psicologia Sperimentale e Applicata dell&#8217;Università di Vienna. Il test si basa sulle idee di Viktor Frankl fondatore della logoterapia e dimostra quanto la realizzazione interiore di senso prescinde dalle situazioni esterne e dalle stesse malattie. E&#8217; uno strumento psicometrico che misura i valori compresi tra realizzazione interiore di un senso e frustrazione esistenziale. Per la valutazione dei parametri di stabilità il Logo-Test è stato somministrato ad un gruppo di controllo di 80 soggetti per tre anni, reperiti casualmente presso Università e uffici pubblici. Si è rilevato che in condizioni costanti (prive di fattori disturbanti) i valori del Logo-Test restano sostanzialmente invariati. Il leggero miglioramento riscontrato nella terza somministrazione conferma la tesi che la dimensione noetica dell&#8217;uomo si amplia con l&#8217;età (la media del gruppo di età era 35 anni). La valutazione dei risultati viene effettuata in base ad un punteggio negativo: un punteggio basso indica benessere psichico e appagamento esistenziale mentre un punteggio alto indica un segnale di allarme per la salute psichica. Risultati della ricerca L&#8217;intero campione è stato sottoposto ad analisi descrittiva e alla matrice di correlazione. Da quest&#8217;ultima sono risultati significativi numerosi confronti (vedi tabelle: 0 = 1° anno, 1 = 2°anno, 2 = 3°anno). Si è ritenuto opportuno sottoporre il campione, suddiviso in due gruppi, al test statistico della t di student per gruppi indipendenti. Risultano significativi i confronti tra i valori CD4 del 1° anno, superiori nel gruppo 1 (in trattamento psicoterapeutico), in crescita anche nel 2° e 3° anno. Ciò dimostra come il gruppo 2 (Day-Hospital) sia peggiorato ed il gruppo 1 migliorato rispetto ai valori di partenza. La differenza significativa allo Skin-test del 3° anno è dovuta anche al netto decremento dei valori CD4 nel gruppo 2 (Day-Hospital). Si può anche supporre un maggior numero di infezioni opportunistiche confermate dalla differenza numerica (anche se lieve), nelle IgA, maggiori nel gruppo 2 nel 2° anno. Per l&#8217;interpretazione delle analisi cliniche va ricordato che un basso numero di linfociti (CD4) indica progressione della malattia. La diminuzione numerica e funzionale delle cellule CD4 fa sì che la risposta immunitaria e quella degli anticorpi siano estremamente ridotte, con la conseguente incapacità di rispondere in maniera efficace a microrganismi anche non patogeni. Per lo Skin-test maggiore è il numero delle reazioni cutanee migliore risulta la situazione immunitaria. Le alterazioni dei valori CD4, corrispondono ad una progressiva scomparsa delle risposte allo Skin-test. Le immunoglobuline vanno interpretate al contrario: più sono alte, più indicano una progressione della malattia. La significatività del Logo-Test si riscontra nel 3° anno. Il gruppo 2 (Day-Hospital) ha un punteggio maggiore (quindi un elevato livello di frustrazione esistenziale). Ciò appare correlato alla graduale diminuzione dei valori CD4 riscontrati nel 3° anno come già avvenuto per lo Skin-test. I dati sono stati sottoposti all&#8217;analisi della varianza per misure ripetute. Risulta fortemente significativa la differenza tra i due gruppi per i valori CD4. Nell&#8217;IgA, pur non essendoci una differenza significativa nei due gruppi, si nota una differenza significativa nelle misure ripetute, dove i valori maggiori sono superiori nel gruppo 2 (Day Hospital). Rispetto al Logo-Test risulta estremamente significativa l&#8217;interazione. Le medie del gruppo 1 diminuiscono mentre quelle del gruppo 2 aumentano significativamente. Gli istogrammi della tav. 6 mostrano chiaramente l&#8217;aumento delle medie del CD4 nel gruppo 1 contrapposte alla progressiva diminuzione nel gruppo 2. Gli istogrammi della tav. 7 mostrano la diminuzione delle medie di risposta cutanea allo Skin test nel gruppo 2, ed infine nella tav. 8 si può osservare la divergenza dei risultati del Logo-Test tra i due gruppi. Nelle tavole da 3b a 5e sono riportate le tabelle della matrice di correlazioni t di student e dell’analisi della varianza. Mettendo in relazione i risultati ottenuti con l’ipotesi inizialmente formulata si può confermare che ad una maggiore realizzazione di senso interiore corrisponde una migliore risposta del sistema immunitario. Questi risultati sembrano ancora più sorprendenti se si considera che l’intero campione di soggetti HIV positivi è stato diagnosticato sieropositivo 4 anni prima della ricerca durata tre anni e che si riteneva sette anni il tempo massimo di vita dal momento diagnostico. Altro elemento da rilevare è la mortalità verificatasi nel corso dell’indagine. Il campione inizialmente composto da 40 soggetti (20 del Day-Hospital e 20 in trattamento presso il CeIS) risulta dimezzato nel corso della ricerca a causa di 6 decessi e 4 irreperibilità nel gruppo del Day-Hospital. Va anche evidenziato che nella prima somministrazione del Logo-test le medie erano migliori nel gruppo 2 (Day-Hospital). Il successivo evidente decremento dimostra che il gruppo 2, privo di un adeguato supporto psicologico, peggiora in modo significativo nonostante fosse partito da valori migliori. Al contrario, nel gruppo 1, un sostegno logoterapeutico ha inciso positivamente sulla capacità di “dare un senso alla propria vita”, cogliendone il carattere di compito. Il gruppo sostenuto psicoterapeuticamente dimostra di aver migliorato la concezione di sé, di essere emotivamente meno instabile, di aver ridotto sentimenti d’inferiorità e più autosufficiente. Questi dati sono stati estrapolati dai riquadri liberi del logo-test e da periodici colloqui con i pazienti. Discussione. Rinforzare una visione ottimistica e positiva della vita nonostante lo stato morboso; aiutare a cogliere la domanda di senso personale insita nella malattia; stimolare la concentrazione sulla qualità della vita piuttosto che la quantità; ampliare il sistema di valori utilizzando al massimo quelli che Frankl denomina valori di atteggiamento; agevolare la persona perché raggiunga la fase di accettazione della malattia; considerare l’uomo nella sua tridimensionalità (fisica, psichica, noetica), sono tutti elementi indispensabili nel lavoro psicoterapeutico con malati incurabili. La scoperta della sieropositività è immediatamente correlata alla paura della morte e lo stato emozionale in cui il paziente si viene a trovare può essere paragonato alle fasi del processo di morte di cui parla E. Kubler Ross (ed. Ital. 1992) a cui ora ci riferiremo. rifiuto e isolamento. Nel caso di persone diagnosticate sieropositive le fantasie di morte imminente causano il blocco della capacità di progettazione, un cambiamento dello stile di vita ed instabilità affettiva e sociale. Là dove la difesa avviene attraverso il meccanismo della negazione è facilmente comprensibile quanto questa possa incidere sulla trasgressione delle norme profilattico-preventive e quindi aumentare il disagio sociale e i successivi sensi di colpa nel paziente. A seconda di come il malato viene informato, unitamente al tempo che ha a disposizione e dell’aiuto che riceve, abbandonerà poco a poco il suo rifiuto. rabbia collera. Dalla prima reazione “non può essere vero&#8230;”, la domanda che segue è: “Perché io?”. In questa fase il malato proietta collera, invidia, rabbia in tutte le direzioni e sull’ambiente. E’ un momento in cui è difficile rimanere accanto al malato perché nessuno va bene e spesso si viene coinvolti dall’aggressività del malato. In questa fase la stigmatizzazione sociale è fortemente avvertita, si manifestano atteggiamenti contrastanti verso la propria attività sessuale (dalla completa astinenza, all’aumento della promiscuità sessuale). Patteggiamento. E’ un tentativo di dilazionare, deve includere un premio offerto per buona condotta e porre un limite di tempo: “Vorrei arrivare almeno al matrimonio di mio figlio”; “Ancora sei mesi di lavoro”. Include una promessa implicita da parte del malato. Questa fase di contrattazione si può rivolgere al personale medico, a chi effettua i controlli clinici o offre possibilità terapeutiche o silenziosamente con Dio. Depressione. Può manifestarsi nei confronti di ciò che si lascia o silenziosamente,è il momento in cui può chiedere una preghiera o desiderare una carezza. Nel caso dei malati AIDS esistono alcuni ulteriori fattori di difficoltà: la contagiosità e il rischio del conseguente isolamento sociale; le caratteristiche psicopatologiche della maggior parte dei soggetti HIV positivi (tossicodipendenti, omosessuali ed eterosessuali a rischio); le vie di trasmissione del virus legate a modalità sessuali o tossicofiliache che evocano spesso sentimenti di colpa compromettendo relazioni affettive e sociali; l’attuale carenza di trattamento terapeutico che può aumentare lo stato ansioso o depressivo. Accettazione. Qui la persona riorganizza le strategie di azione quotidiana, spostando la sua attenzione dalla quantità alla qualità. Diventa spesso collaboratore con l&#8217;équipe curante e crea relazioni significative nel qui ed ora. Non di rado si verificano conversioni religiose o adesioni ad attività assistenziali di auto-aiuto o case famiglia per malati di AIDS. E&#8217; proprio in questi soggetti che possiamo riscontrare con chiarezza la realizzazione di senso interiore, o meglio il volgersi all&#8217;autotrascendenza, all&#8217;uscita da sé e all&#8217;appartenenza sovrumana. Il processo di accettazione/adattamento è difficile da raggiungere perché il paziente AIDS passa attraverso periodi di malattia e periodi di relativa remissione e quindi viene frequentemente interrotto. Inoltre nella relazione tra il paziente e la sua malattia bisogna considerare l&#8217;attuale filosofia della morte. Malattie incurabili e morte sono vissute come avvenimenti spaventosi, terribili, anche grazie al fatto che nella società moderna si è perduta la giusta dimensione del morire: &#8220;Al tabù del sesso si è sostituito il tabù della morte&#8221; (Frankl, 1978). Si è persa la &#8220;sacralità della morte&#8221; che è divenuta semplicemente termine della vita. Tale dimenticanza coinvolge il ruolo del medico nel momento della sua massima sconfitta professionale ed emotiva: la morte del suo paziente. Esaurite le risorse mediche e tecniche il medico, come scrive Felice Mondella (1980) &#8220;si trova completamente privo di saggezza e di capacità di comprensione del suo scacco. Non sa inserire la morte né in una visione filosofico-scientifica della natura, ormai eliminata dal suo bagaglio culturale, né sa’ viverla nella ritualità culturale del gruppo sociale del morto, in genere respinto dalla realtà ospedaliera&#8221;. In realtà è proprio nella fase terminale che il paziente ha bisogno più che mai di assistenza. L&#8217;assistenza del malato. Il malato va compreso e supportato nei suoi valori, aiutato a conservare la sua dignità di uomo e la sua individualità. L&#8217;équipe curante deve acquisire la capacità di prendersi cura della persona piuttosto che della malattia. Anche il vissuto familiare e sociale ha un ruolo nell&#8217;infezione da HIV. La diagnosi ha infatti un effetto destabilizzante su tutto l&#8217;ambiente che circonda il paziente: induce cambiamenti radicali e nuovi modi di essere per tutta la famiglia. Del resto ciò che l’AIDS simbolizza sia a livello individuale che collettivo incrementa la paura del contagio e dà spesso vita a fantasie persecutorie dove il malato è vissuto come minaccioso. Questi elementi uniti spesso a già precedenti situazioni familiari particolari, rendono la relazione tra malato di AIDS e famiglia molto complessa rispetto ad altre prognosi altrettanto infauste. Giovani malati di leucemia o di cancro godono del supporto familiare rinforzato proprio dalla diagnosi. Viceversa in uno studio pilota su pazienti con AIDS trattati al Memorial Sloan-Kettering, (Christ et al., 1988), è stato riscontrato che il 62% dei malati aveva rapporti ridotti o assenti con la famiglia di origine. Tre quarti dei pazienti viveva da solo e di questi circa la metà affermò di poter contare su vicini e amici nell&#8217;aiuto domestico, l&#8217;altra metà su nessuno. Delle figure parentali, la madre risulta essere la persona con cui maggiormente il malato condivide il problema che di solito è tenuto segreto per un rifiuto già esistente o comunque temuto. In realtà la condivisione della diagnosi, unita alla rivelazione di un proprio stile di vita finora tenuto nascosto, può portare a una apertura e ad una accettazione tale da fornire all&#8217;individuo una maggiore forza per fronteggiare la malattia. Là dove esistevano precedenti conflitti, la comunicazione può condurre a riconciliazione. Sempre più è dimostrato che la rete di supporti sociali ha un effetto diretto sullo stato di salute. Zich (1987) ha valutato soggetti Arc e AIDS in relazione alla presenza di supporti sociali. La mancata fruizione di un aiuto psicologico sembra comportare un&#8217;evoluzione verso peggioramenti. Sentirsi isolati, estraniati, senza speranza, può produrre nel paziente la disperazione per la perdita del senso e padronanza della propria vita. Il senso di dominio della malattia, possibile attraverso il trovarne un significato e gli effetti risanatori della speranza, possono non solo creare benessere, ma anche azionare processi biologici riparatori.(Cousins, 1983 &#8211; V. Frankl 1972). I familiari, là dove sono presenti, hanno anche loro bisogno di essere ascoltati, spesso più del paziente stesso. Assistere una persona cara è un compito che esige molto, non solo fisicamente, ma soprattutto emotivamente. La diagnosi porta sovente nella famiglia una doppia comunicazione: insieme alla diagnosi di AIDS i familiari vengono spesso a conoscenza della omosessualità o della tossicodipendenza del figlio. Alcuni genitori di omosessuali provano sentimenti di colpa per l&#8217;orientamento sessuale dei propri figli, che interpretano come segno del proprio fallimento. Nella famiglia del tossicodipendente in trattamento oltre al timore per la malattia può apparire la paura che la persona faticosamente uscita dalla tossicodipendenza riprenda l&#8217;uso di droga. Nelle relazioni di coppia la doppia comunicazione può riguardare l&#8217;esperienza extraconiugale o l&#8217;orientamento bisessuale del partner. L&#8217;incontro con la morte. L&#8217;ultimo e forse più difficile aspetto riguarda l&#8217;incontro con la morte. &#8220;Morire è vergognoso e la morte viene consumata in privato, quasi nascostamente, senza che nessuno veda&#8221; (Gorer, 1977). Un tempo la morte era un grande rituale pubblico presieduto dal morente. Parenti e amici lo visitavano e parlavano con lui anche della morte. I bambini erano presenti, si pensava che il contatto con la morte li educasse alla vita. La morte aveva un valore iniziatico, una seconda nascita, che a differenza della prima è spirituale e deve essere promossa dalla partecipazione attiva e rituale dell&#8217;interessato e dei presenti. Nelle culture primitive era importante invecchiare e morire bene. Attualmente i vissuti della vecchiaia e della morte sono ribaltati: la vecchiaia viene rimossa e alla morte è rimasta solo l&#8217;angoscia che invano l&#8217;uomo contemporaneo tenta di esorcizzare. Nel caso dei malati di AIDS si è rivelato utile affrontare il tema della morte fra paziente, famiglia e personale. Poter decidere per tempo, rispettando il volere del paziente, la persona che condividerà le decisioni con i medici nel caso che il paziente diventi incapace di prenderle autonomamente. Con la morte del paziente iniziano per i familiari le difficoltà legate all&#8217;elaborazione del lutto. La logoterapia sottolinea il significato terapeutico del dolore: è con il dolore che s&#8217;impara a convivere con il ricordo della persona amata e a ristabilire, con uno spostamento di investimenti emozionali che possa far posto ad un nuovo oggetto d&#8217;amore, un nuovo equilibrio nell&#8217;economia psicologica. Frankl (1972) considera nell’uomo la conquista della capacità di soffrire come atto di formazione di se stesso, nonché come la più alta prestazione umana. Carole R. Smith (1982) ha individuato alcuni passaggi nell&#8217;adattamento ad un mondo in cui non c&#8217;è più la persona scomparsa: riconoscere la realtà della perdita; accettare la realtà della perdita; distaccarsi dalla persona defunta; far fronte alla realtà ampliandone la percezione; intrecciare nuove relazioni e costruire nuovi significati. Appare chiaro che mentre i bisogni del paziente finiscono con la morte, quelli dei familiari o del partner continuano. Spesso al dolore della perdita si aggiungono solitudine ed amarezza per la reazione della comunità. E proprio questo è il momento in cui si rende più necessaria la presenza di supporti adeguati. Diviene quindi fondamentale che la collaborazione tra medico e psicologo si integri sempre più negli interventi sulla salute per una via finale comune in grado di spiegare il quadro clinico, tenendo in considerazione la tridimensionalità e l&#8217;unicità dell&#8217;essere umano, intervenendo al meglio sul paziente. Auspicabile l’istituzione di centri di consulenza e supporto per i malati e i loro familiari dove l’attenzione dello specialista sia rivolta non solo alla cura, ma anche al conforto dei malati. In altri termini integrare le diverse competenze tecniche con la “Cura medica dell’anima” (Frankl 1978). “La tecnica dell’Humanitas può salvarci dall’inumanità della tecnica” </P></p>
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<p><P ALIGN="JUSTIFY">*Per dimensione noetica V. E. Frankl intende l’elemento integratore dell’aspetto psicologico e biologico dell’uomo, una terza dimensione umana capace di conferire la singolarità e l’irripetibilità ad ogni uomo e di evitare interpretazioni riduzionistiche della complessa realtà umana. Tale dimensione si fonda sulla libertà della volontà ed è l’essenza dell’antropologia tridimensionale di Frankl. </P></p>
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		<title>Disturbi alimentari e trattamento logoterapeutico</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 14:19:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[L.A. nr. 9 - Anno 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[di Natalina Barbona &#8211; Ricordiamo che la visione dell’uomo in logoterapia è tridimensionale, vale a dire dimensione fisica, dimensione psichica e dimensione noetica, vediamo quindi schematicamente per ora come si presentano i tre disturbi: SEGNI FISICI TIPICI E POSSIBILI CONSEGUENZE. &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/22/disturbi-alimentari-e-trattamento-logoterapeutico-2/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><P ALIGN="JUSTIFY"><strong>di Natalina Barbona</strong> &#8211; Ricordiamo che la visione dell’uomo in logoterapia è tridimensionale, vale a dire dimensione fisica, dimensione psichica e dimensione noetica, vediamo quindi schematicamente per ora come si presentano i tre disturbi: SEGNI FISICI TIPICI E POSSIBILI CONSEGUENZE. Nell’anoressia riscontriamo un aspetto scheletrico e quindi sottopeso eccessivo, amenorrea non di rado nella donna, problemi endocrinologi, demineralizzazione ossea e alterazioni metaboliche. Uso del vomito in seguito ad ogni, anche minima, ingestione di cibo, dedizione eccessiva all’esercizio fisico, uso di diuretici e lassativi. Digiuno prolungato. Nella bulimia troviamo invece un peso quasi normale seppur oscillante. Rottura di organi interni, esofagiti e gastriti, alterazioni del cavo orale dovute al continuo esercizio del vomito che segue eccessive abbuffate. Anche l’eccessivo esercizio fisico è presente ma soprattutto dopo le abbuffate di cibo così come l’uso di diuretici e lassativi.Nell’obesità abbiamo invece un sovrappeso eccessivo con rischi di diabete mellito, arteriosclerosi, problemi vascolari, ipertensione e disturbi articolari dovuti anche alla sedentarietà. CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE. Gli aspetti psicologici sono un fattore determinante in tutte e tre le problematiche, tranne l’obesità dovuta a fattori endocrini o ereditari, nell’anoressia riscontriamo: idea continua ed ossessiva sul cibo, le calorie e il peso. Immagine corporea di sé disturbata si vedono grasse nonostante il sottopeso. Pensiero continuo sul corpo e terrore di ingrassare, pensiero negativo di sé (non va mai abbastanza bene). Dalla bibliografia esistente e dalla mia esperienza professionale si riscontra una correlazione con figura materna che da molta importanza al successo o all’esteriorità ma anaffettiva (incapace di coccolare rassicurare e dare affetto). Per questo la giovane sviluppa un perfezionismo estetico e prestazionale (l’idea della perfezione al 100%) , rispondono al principio infantile del tutto o niente e l’equazione PERFETTA= AMATA è sempre presente ma purtroppo non reale. Il padre è in genere presente e di riferimento nell’infanzia ma non più nell’età puberale adolescenziale.Nella bulimia:è ugualmente costante il pensiero sul cibo, le calorie e la preoccupazione per l’aspetto fisico, la paura di ingrassare e la valutazione negativa di sé. In genere l’esperienza familiare è costituita da famiglie o molto chiuse o estremamente caotiche senza regole e definizioni di ruoli. Spesso la figlia /o si trova troppo presto con sovraccarico di responsabilità. Nel rapporto con la madre è presente l’invischiamento per cui la ragazza non trova la sua identità.Lo stato emozionale della madre determina la percezione di sé ( se la madre è agitata pensa di non andare bene lei), anche qui quindi si sviluppa psicologicamente un perfezionismo totalizzante ed una ambizione esagerata, l’equazione PERFETTA= VALGO. La figura paterna è in genere priva di potere e presenza affettiva. Nella mia esperienza non ho mai riscontrato problematiche di anoressia o bulimia pure, sono invece spesso correlate e la persona passa da periodi anoressici a periodi bulimici. Esiste anche una correlazione tra ulimia e depressione reattiva perché ancora una volta non è riuscita a controllare l’impulso di abbuffarsi e poi vomitare. Nell’obesità psicogena: l’iperalimentazione costituisce un tentativo di ridurre l’ansia, di autogratificarsi, o a seconda dei comportamenti appresi, può essere una forma consolatoria. Può esserci anche obesità dovuta alla perdita di un valore con successiva frustrazione protratta nel tempo e non elaborata. Talvolta troviamo anche la noia (vuoto esistenziale) come causa o concausa. Psicologicamente la persona si trova in uno stato temporaneo o continuato di malessere, non accettazione di sé, evitamento delle persone o situazioni dove si può essere “trascurati” o troppo “esposti”. Perdita di motivazione o interessi per la vita. Mostrano insofferenza o intollerabilità alle eventuali critiche o consigli e sviluppano un atteggiamento quasi di sfida: “devi volermi bene anche così!”. Tendenza alla negativizzazione, il pensiero è concentrato su ciò che non va. Anche qui può esistere una correlazione con depressione reattiva perché la persona sente il dovere di dimagrire ma non ci riesce. Nelle origini familiari troviamo spesso una relazione genitoriale disturbata tra loro e il bisogno affettivo viene spostato sul cibo o un comportamento genitoriale per cui le gratificazioni venivano offerte attraverso il cibo. Come sappiamo nelle dimensioni psicofisiche ci troviamo di fronte ad un sistema chiuso, dove siamo determinati, condizionati per così dire, e quindi privi di responsabilità( non siamo responsabili delle nostre predisposizioni organiche, né dei vissuti sociali appresi) in questo ambito vale il principio dell’omeostasi cioè agire per ridurre le tensioni e ristabilire l’equilibrio interno. Quindi nella anoressia bulimia abbiamo: PERCEZIONE DI ABBANDONO INFANTILE. RICERCA DI SE’ STESSI E DEL PROPRIO VALORE. FALLIMENTO E CONSEGUENTE VUOTO ESISTENZIALE. RIPIEGAMENTO SU SE’ STESSI E AUTOSSERVAZIONE. IMMAGINE NEGATIVA DI SE’ (NON PERFETTA). SCELTA IDEALE FITTIZIO (MAGREZZA). TENTATIVO CONTINUO ESASPERATO DI RAGGIUNGERE OBIETTIVO (MAGREZZA). MMAGINE DI SE’ NON MUTA. DIETA ANCORA PIU’ FORTE O VOMITO CONTINUO. ANORESSIA GRAVE O BULIMIA GRAVE (RICOVERI). NELL’OBESITA’ LA CATENA DI NESSI CAUSALI E’ INVECE: OBESITA’ PSICOGENA E VUOTO ESISTENZIALE. IDENTITA’ NON ACCETTATA. IMMAGINE NEGATIVA DI SE’. CIBO COME RIEMPIMENTO DEL VUOTO O FRUSTRAZIONE. CONCENTRAZIONE SUL PIACERE DEL CIBO PENSIERO OSSESSIVO. TENTATIVI DI CAMBIARE IMMAGINE DI SE’ (DIETE). FALLIMENTO. RASSEGNAZIONE. IMMAGINE SEMPRE PIU’ NEGATIVA DI SE’. SPOSTAMENTO SUGLI ALTRI (DISTORSIONE PSICOLOGICA). GLI ALTRI NON CAPISCONO E DOVREBBERO… . Queste catene di nessi negativi possono essere interrotte attraverso la dimensione noetica che come ormai saprete costituisce un sistema aperto dell’essere umano, sistema in cui esiste volontà e capacità decisionale entrambe orientate ad uno scopo. Per dirla in altri termini la giusta tensione tra “l’essere” e il “dover essere”, tra ciò che sono oggi e ciò che voglio essere domani. Nel processo terapeutico si procede a fasi: 1° FASE: CONOSCERE SE’ STESSI. Il paziente è ancora rinchiuso in sé stesso ed è un tutt’uno con il suo problema, nelle cose accadutegli in passato (soprattutto nell’obesità), o che accadono ora, disturbi alimentari pensieri ossessivi e rapporti conflittuali. Conoscere sé stessi consiste nel capire il disturbo, le eventuali origini e soprattutto quando o in seguito a cosa si presentano. Seppur necessaria questa fase di consapevolezza non basta per cambiare; posso essere consapevole di qualcosa che mi fa male e non per questo volerla cambiare. Per es. posso essere consapevole che fumare fa male ma non per questo decidere di smettere. 2° FASE AUTODISTANZIAMENTO. In questa fase il paziente deve riuscire a distanziarsi da sé o meglio dai suoi problemi, deve rendersi conto che è molto più che i suoi problemi alimentari con i quali invece si identifica e che per questo può prendere una posizione diversa, critica rispetto a ciò che gli è accaduto in passato. Deve rendersi conto in cosa può cambiare e in cosa no. Rendersi conto che il perfezionismo al 100% non esiste e qui è utile la tecnica della dereflessione, cioè allontanare il pensiero ossessivo sul cibo e corpo e invece applicare l’intenzione paradossa che consiste nella capacità di ironizzare sui propri timori. 3° FASE AUTOTRASCENDENZA. Qui si tratta di ricercare nuovi significati importanti per il paziente, facendo attenzione che non si verifichi una struttura piramidale di valori perché pericoloso e riduttivo. Vedremo tra poco nel caso che intendo descrivere come il rapporto con il ragazzo rischiasse di divenire una sorta di valore piramidale, cioè unico, e sostitutivo del cibo.I valori piramidali sono pericolosi perché tutti nella vita possiamo perdere un valore, indipendentemente dalla nostra volontà, ma se questo era l’unico non si perde solo un valore; l’intera personalità dell’individuo viene messa in crisi, come se non avesse più nessun senso. Dobbiamo cercare sempre di ampliare sempre lo spazio di possibilità con un sistema di valori detto parallelo, più interessi, più persone, più argomenti e scopi che diano valore alla vita e quindi al paziente stesso. CASO. Si tratta di E. una ragazza di 25 anni anoressica e bulimica dall’età di 16, è arrivata da me dopo un secondo ricovero di 6 mesi in clinica specialistica che non le ha risolto il problema. E’ iscritta alla facoltà di medicina ed ha sostenuto molti esami con risultati eccellenti. Nel primo colloquio è venuta accompagnata dai genitori, naturalmente disperati ed esausti a causa dei vari tentativi falliti e di ciò che questo implicava per loro oggi. ( per es. non potersi allontanare da casa, pagare conti al supermercato e soprattutto vedere una figlia distruggersi). Inizialmente ho parlato separatamente con E. poi con i genitori e concluso insieme con la definizione del contratto. Data l’evidente necessità di sviluppare l’autonomia di E. e di rendere la terapia uno spazio solo suo, le ho chiesto di venire da sola al successivo incontro (Viene da fuori Roma circa due ore di treno) e lei ha accettato. Anche ai genitori ho dato piccoli suggerimenti riguardo al conto aperto nel supermercato e al comportamento da adottare con lei, ma soprattutto ho chiesto collaborazione. Nel primo incontro non ho mostrato molto interesse alle problematiche alimentari ed estetiche che lei mi proponeva, le ho insegnato delle tecniche di rilassamento (training autogeno) allo scopo di diminuire l’ansia senza l’uso di farmaci ed ho cominciato ad applicare la dereflessione spostando l’attenzione sulle sue capacità e qualità nonostante la malattia. Al successivo incontro la paziente arriva effettivamente da sola, per altro dovendo lottare con i genitori che volevano accompagnarla e dice: “sono contenta di avercela fatta ma mi sento sola e abbandonata”. Comincio una raccolta di dati anamnestici utilizzando il dialogo socratico: madre piuttosto invadente e centrata sulla prestazione, padre presente nell’infanzia poi assente perché in conflitti evidenti con moglie. La paziente E. dall’età di 4 anni fino ai 16 è stata praticamente trasferita dalla nonna paterna della quale doveva occuparsi e farle compagnia, tornava a casa dopo cena mentre suo fratello stava a casa con genitori. I messaggi continui che ricorda della nonna: “Studia!” e “Non crescere altrimenti mi abbandoni!!” Al terzo incontro arriva in ritardo accompagnata dalla madre e mi comunica l’intenzione di non venire più, è in evidente stato di agitazione. Quello che succede in questi pazienti è che ogni piccolo successo personale viene interpretato come possibilità di abbandono dagli altri. Dopo averla lasciata sfogare utilizzo i rinforzi positivi sulle sue potenzialità e volontà e arriviamo al compromesso di fare almeno 4 incontri in seguito ai quali poteva decidere liberamente il da farsi senza sensi di colpa. Gli incontri continuano ancora oggi, proseguiamo in modo altalenante, come è tipico per questi pazienti che procedono tra progressi e regressioni. il giorno del suo compleanno in seguito ad una percezione di poca attenzione da parte del suo ragazzo usa cocaina, episodio che crea panico nei genitori con i quali ho avuto molti colloqui telefonici allo scopo di tranquillizzarli ma al tempo stesso di continuare ad avere fiducia. La paziente continua a sostenere esami all’università e soprattutto smette di abbuffarsi e vomitare, è seguita oltre che da me da una dietologa della Asl e porta avanti la dieta. Il perfezionismo come già su spiegato nei pazienti con problemi alimentari spinge E. a studiare anche 12 ore al giorno per poi dubitare della sua preparazione e non voler sostenere l’esame. Applichiamo l’Intenzione Paradossa, tecnica che consiste nel desiderare esattamente ciò che teme, si basa sul presupposto che paura e desiderio non possono coesistere nelle stesso momento per una uguale situazione quindi il desiderio annulla la paura e questo non permette il realizzarsi del sintomo l’ansia d’attesa. La paziente viene invitata a formulare pensiero congruenti al timore per es.: “Sosterrò l’esame per dimostrare come si può vincere il primato delle figuracce, voglio diventare famosa per questo e il prof.re scriverà un articolo sulla sua rivista su di me, la peggiore allieva della storia” Puntualmente la paziente tornava con almeno 30. Dopo un periodo di serenità torna in seduta con evidenti segni sui polsi, anche qui una incomprensione con il suo ragazzo l’hanno portata a tagliarsi come atto dimostrativo. Le emozioni di E., il suo vuoto esistenziale precedentemente riempiti dalle abbuffate di cibo non sono gestibili ora per questo le propongo un esercizio di esplorazione e consapevolezza emozionale. Esploriamo solo alcune emozioni: non trova amore se non nell’infanzia con il padre, la rabbia è rivolta verso il fatto che dopo scuola doveva sempre andare dalla nonna mentre sentiva al tel. il fratello che chiamava sua madre. L’odio è sperimentato verso la madre: “io soffrivo di insonnia e riuscivo a dormire solo con mamma, ma lei mi lasciava piangere dicendo che ero grande e poi dormiva con mio fratello”. Nel coraggio trova sorprendentemente molti episodi, nella gioia nessuno. Continuo a non prestare troppa attenzione al cibo, ma la stimolo ad individuare dei nessi tra cibo e sue emozioni sensazioni. La paziente E. comincia ad essere consapevole che l’abuso del cibo che attivava attraverso abbuffate e quindi vomito compensava qualcosa che lei non riusciva ad affrontare diversamente. Da qui cominciano ad emergere le sue paure: “Se cono capace, indipendente gli altri mi abbandonano perché non ho bisogno, sono grande!” Quando per le vacanze natalizie i suoi genitori vanno fuori 4 giorni E. ha una ricaduta nell’abbuffarsi e poi vomitare. Mi telefona in preda al panico, la rassicuro :”La ricaduta è un momento importante e necessario, non significa annullare i tuoi successi fino ad oggi, ma ti richiama alla pazienza e ti mette alla prova, se la superi bene sarai ancora più rafforzata” Nella seduta successiva parliamo di quello che lei stessa definisce:” dipendenza dal cibo spostata sul suo ragazzo” Arriviamo ai valori piramidali cioè una struttura di vita dove un solo aspetto viene posto al primo posto rispetto ad altri valori o orizzonti di vita, questo dal punto di vista psicoigienico è molto pericoloso perché nella vita possiamo sempre perdere un valore (lavoro, partner, interesse particolare), se era l’unico non crolla solo un valore ma la persona stessa. Da qui E. comincia ad organizzarsi delle uscite con amiche, a dire no al suo ragazzo perché impegnata in altro anche se riporta sempre sensi di colpa legati al suo perfezionismo. A febbraio E. ha avuto momenti di forte ansia legati ad un difficilissimo esame, sollecitata sull’impegno di farsi bocciare prende 30 e lode e subito dopo entra in crisi. Si sente grassa dice, occupa troppo spazio. Utilizzo il gioco di ruoli logodrammatico in cui la paziente dialoga tra le sue due parti, quella infantile e debole che usa la fragilità e la malattia per chiedere affetto e quella forte e capace che poi si sente grassa e sola. Emerge il parallelismo cresciuta &#8211; autonoma = grande &#8211; grassa I suoi sensi di colpa nascono da lì se cresco sono cattiva perché abbandono nonna ed E. capisce che c’è differenza tra l’essere cresciuta ed essere grassa. Nel gioco di ruoli E: esprime la ferma volontà di non voler più accettare la sua parte ricattatoria infantile. A tre mesi e mezzo di incontri con lei una volta a settimana posso affermare che la paziente ha fatto sorprendenti progressi, i genitori con i quali ho contatti telefonici sono tranquilli e fiduciosi, è stato necessario rassicurarli nelle ricadute perché la pazienza e la tolleranza così come l’individuazione di uno o più scopi positivi sono fondamentali in pazienti di questo genere. Soprattutto nei primi colloqui ritengo necessario ignorare o quasi i problemi alimentari e fornire invece una forte base affettiva e di fiducia. Con E. siamo arrivate solo alla fase dell’autodistanziamento, non ancora raggiunto rispetto al perfezionismo ossessivo, manca ancora quella l’autotrascendenza ma ripongo in lei tutta la mia fiducia e affetto. CASO n. 2 INTERVENTO A RETE NELLE PATOLOGIE ALIMENTARI E TOSSICODIPENDENZA Si tratta anche qui di una giovane paziente C. , sappiamo che le problematiche alimentari soprattutto anoressiche o bulimiche colpiscono principalmente giovani, C. oltre a problemi di anoressia presente anche tossicodipendenza da eroina. E’ giunta da me dopo varie fughe da diverse comunità di recupero e tentativi di suicidio. Viene in studio accompagnata dalla madre, una brava insegnante che aveva letto e conosciuto la logoterapia e la riteneva l’ultima spiaggia. Ritengo il caso troppo complesso per una terapia individuale soprattutto per la distanza visto che C. proveniva da un’altra regione. Propongo un invio in comunità di mia conoscenza ma di fronte alle pressioni della madre accetto la sfida e propongo un tentativo iniziale di 3 mesi ma solo a patto di una collaborazione a rete tra me, la madre e il sert dove la paziente era seguita in terapia metadonica. Il percorso è durato poco più di due anni un incontro a settimana tranne che per brevi periodi critici due incontri. Inizialmente data la problematica della tossicodipendenza ho chiesto controllo e accompagnamento alla madre della paziente visto che in ordine d’intervento era il primo problema da risolvere. L’uso di sostanze stupefacenti è uno di quei campi in cui non possiamo operare con la dimensione noetica, cioè lo spazio della volontà e Decisionalità del paziente. C. è gemella con un fratello dopo altri due fratelli, la relazione genitoriale vissuta nell’infanzia è estremamente conflittuale, tra tradimenti e risse fino alla polizia. La paziente mi dice: “per attirare l’attenzione di mamma cercavo di essere diversa dagli altri fratelli in tutti i sensi” Nel frattempo ha iniziato su mia richiesta la terapia di scalaggio del metadone, è molto ansiosa e continua a dimagrire. Quando la paziente è arrivata ad una dose minima di metadone prendo contatti con il suo medico del sert con il quale ci accordiamo per somministrare, alla paziente acqua e zucchero al posto del metadone senza, naturalmente, informarla. Contemporaneamente intensifico con la paziente le terapie di training autogeno di rilassamento e l’intenzione paradossa per l’ansia. C. la applica anche a casa e dice: “sto bene riesco a dormire e quando faccio l’intenzione paradossa mi passa l’angoscia”. Solo dopo un mese che beveva acqua e zucchero il medico la informa di questo, ha superato senza grossi danni l’astinenza con una sola ricaduta nell’alcool. La paziente riprende a mangiare in modo normale anche se controllato e inizia una relazione con un ragazzo. Decide anche di andare a lavorare presso il padre che aveva bisogno, si alza tutte le mattine alle 5 e lavora fino alle 13.00. A questo punto le chiedo di venire sola a Roma per le sedute e suggerisco alla madre di lasciarla gradualmente più libera. C. mi dice: “tento sempre di piacere agli altri a qualunque costo!” Lavoriamo molte sedute su questa affermazione ed emerge che cercava di imitare il fratello gemello perché sentiva che la mamma preferiva lui. Ed è così che iniziò a bere poi ad usare droghe ecc.. La paziente attraversa un periodo di rabbia verso i genitori:” non ho mai avuto limiti o regole ed ora vorrebbero riconquistare il tempo perso…” “Bene” dico io: “dattele tu allora le regole ora che sei adulta… decidi tu cosa è bene per te…”. C. riprende a suonare il pianoforte, se supera l’esame può iscriversi al 6° anno di conservatorio e nel frattempo continua responsabilmente a lavorare ed essere di aiuto a suo padre. A questo punto C. comincia a pagarsi le sedute ed anche le lezione di pianoforte da sola. Ma riappaiono i problemi alimentari, perde quasi 10 kg. E da qui si comincia a lavorare sull’anoressia anche se raramente parliamo di cibo. Contemporaneamente si scopre un tumore al seno nella madre della paziente e fra tutti i fratelli è C: che si occupa di lei e la segue in tutte le analisi, controlli ed intervento, casualmente la paziente si è trovata ad applicare autotrascendenza, cioè il dimenticare sé stessa ,o meglio i propri problemi per dedicarsi ad un altro. Inizia qui un periodo di risentimento verso i familiari, si sente ancora giudicata la tossica, anche se dice: “ho lottato tanto e sto facendo tanto”. La paziente decide di smettere di lavorare con padre e cercarsi un’occupazione propria, gradualmente chiarisce i risentimenti verso i fratelli, si dedica al altri interessi, prende il 2° brevetto di sub, chiarisce punti di vista diversi con il suo ragazzo ecc… Più la paziente C.: cerca di inserirsi in un contesto sociale normale più sente disagio: “Ho molte tentazioni, mi sento osservata, in pizzeria tutti bevevano e io non potevo farlo, mi sentivo diversa” Discutiamo a lungo sul concetto di diversità e sul perfezionismo – accettazione che emerge anche nel rapporto con il suo ragazzo. “Devo smettere di essere dipendente da lui e dal suo giudizio così come da quello degli altri” mi dice. C. trova un nuovo e più gratificante lavoro è molto soddisfatta, segue una dieta e riprende kg. senza angosciarsene, continua ad occuparsi della madre e questo la allontana da una serie di rituali ossessivi fino ad ora presenti. Decido di diradare gli incontri che divengono quindicinali la accompagno ancora nella valorizzazione di sé e nella ricerca di obiettivi futuri. Dopo un anno dalla fine dei nostri incontri ho ricevuto l’invito al suo matrimonio ed un anno dopo una telefonata mi ha annunciato che stava benissimo e che aveva appena avuto uno splendido maschietto. </P></p>
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		<title>La logoterapia</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
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		<category><![CDATA[psicoanalisi freudiana]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>
		<category><![CDATA[viktor emil frankl]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Associazione A.L.I organizza 3 seminari tematici. per info clicca qui Per scaricare la scheda d’iscrizione cliccare qui. Le radici filosofiche dell’Associazione sono collocate nella Logoterapia, una forma di psicoterapia manistico – Esistenziale fondata dal dr. Viktor Emil Frankl. La logoterapia &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/12/la-logoterapia/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.logoterapia.it/web/wp-content/uploads/2011/05/ne124.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-464" title="ne12" src="http://www.logoterapia.it/web/wp-content/uploads/2011/05/ne124.gif" alt="" width="75" height="75" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;Associazione A.L.I organizza 3 seminari tematici.<br />
per info <a href="http://www.logoterapia.it/web/wp-content/uploads/2012/01/week-end-intensivi.pdf" target="_blank"><strong>clicca qui</strong></a></em></p>
<p><em><strong>Per scaricare la scheda d’iscrizione <a title="scheda d'iscrizione" href="http://www.logoterapia.it/web/wp-content/uploads/2011/10/domanda-iscrizione.pdf" target="_blank">cliccare qui.</a></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="ImageShack - Image And Video Hosting" href="http://imageshack.us/photo/my-images/823/dsc0170bd.jpg/" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0px initial initial;" src="http://img823.imageshack.us/img823/4039/dsc0170bd.jpg" alt="" width="320" height="214" border="0" /></a>Le radici filosofiche dell’Associazione sono collocate nella Logoterapia, una forma di psicoterapia manistico – Esistenziale fondata dal dr. Viktor Emil Frankl. La logoterapia è un approccio positivo ed ottimistico in quanto cerca di potenziare le risorse dell’uomo piuttosto che soffermarsi a individuarne le patologie. La fiducia nelle forze umane è infatti un aspetto fondamentale di tale approccio e V. E. Frankl ha sperimentato in prima persona le sue precedenti intuizioni. Come ebreo conobbe un destino di tortura ed esilio ma la convinzione che la vita non avesse perduto il suo significato lo aiutarono a sopravvivere (come scritto su “ Uno psicologo nel Lager”). Sostiene che la ricerca di significato è un aspetto primario del nostro essere, ed è applicabile ovunque la volontà del significato è repressa, bloccata o ignorata. La Logoterapia è stata definita la “Terza Scuola Viennese di Psicoterapia” successiva alla Psicoanalisi Freudiana e alla Psicologia Individuale Adleriana. Con le sue teorie Frankl intende restituire all’uomo la totalità e l’unicità del suo essere. L’uomo è un essere alla ricerca del senso della propria vita e finché non risponde al compito che gli è stato affidato dalla vita stessa, non raggiungerà la realizzazione di sé. La domanda spesso posta: “Qual è il significato della vita?” merita la risposta: “ E’ come chiedere ad un giocatore di scacchi qual è la migliore mossa nel gioco?” Non esiste risposta a nessuno dei due quesiti perché ogni movimento dipende dalla concreta situazione del gioco, dalle mosse dell’avversario, da fattori esterni, così il significato della vita cambia da uomo a uomo, da momento a momento, da ogni singola ed unica situazione, in questo consiste la sfida dell’uomo. La Logoterapia ritiene che, malgrado il crollo delle tradizioni, la vita ha comunque un senso per tutti gli uomini anche se non lo stesso e insegna che persino gli aspetti tragici e negativi del destino umano possono essere trasformati in prestazione, maturazione e crescita, quando, di fronte ad essi si riesce ad assumere il giusto atteggiamento. “Chi ha un perché per vivere può sopportare un qualsiasi come” scriveva Nietzsche. La nostra esistenza va considerata come un dono ricevuto e il modo in cui apriamo questo dono ci aiuta ad accettare il contenuto. Si può gioire o soffrire, ma è sempre comunque indispensabile riconoscere l’insostituibilità e il valore del dono che ci è stato offerto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff9900;"> <strong>Logoterapia, analisi esistenziale</strong> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Letteralmente vuole dire “terapia mediante il significato, si tratta di un approccio terapeutico che sostanzialmente aiuta l’uomo a ritrovare il senso della propria vita. Viene definita la terza scuola viennese, cronologicamente successiva alla psicoanalisi di S. Freud e alla psicologia individuale di A. Adler La logoterapia considera la volontà di significato una motivazione primaria dell’uomo, infatti ritiene che il sé sia radicalmente motivato alla ricerca di uno scopo nella sua vita. Si tratta di un orientamento psicoterapeutico composto da un consistente apparato filosofico le cui radice troviamo nell’esistenzialismo. Le tre colonne portanti su cui si basa sono: la libertà della volontà (antropologia), la volontà di significato (psicoterapia), il significato della vita (filosofia).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff9900;"> <strong>Tridimensionalità umana</strong> </span></p>
<p style="text-align: justify;">La Logoterapia presuppone che l’uomo possegga oltre alla sua dimensione fisica e psichica una specifica dimensione umana, quella noetica. Non si tratta però di tre dimensioni stratificate, ma piuttosto di dimensioni che si compenetrano tra loro, come accade per l’altezza, la lunghezza e la larghezza (non si potrebbe affermare che la larghezza inizi dove finisce la lunghezza). Lo stesso principio vale per l’uomo che è “unità nonostante la tridimensionalità”. Nella dimensione noetica V. E. Frankl (psichiatra viennese fondatore della logoterapia), inserisce la presa di posizione libera rispetto alle altre due dimensioni, la decisionalità, la volontà e intenzionalità, la creatività, la sensibilità etica (coscienza) e la comprensione dei valori. Questo “sé noetico” può sollevarsi al di sopra delle affezioni psicofisiche e anche là dove non è possibile cambiare le condizioni può cambiare il suo comportamento nei confronti dello psicofisico malato. L’immagine dell’uomo in logoterapia è “L’uomo è molto più che…”, contrapponendosi così alle visioni riduzionistiche o deterministiche (Ontologia dimensionale).</p>
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		<title>Il Triage nel Sistema di Emergenza Sanitaria</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:44:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ECM]]></category>
		<category><![CDATA[assiomi della comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[clinici]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
		<category><![CDATA[triage]]></category>

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		<description><![CDATA[Formazione per una maggiore efficacia nella diagnosi di prima emergenza (Pronto Soccorso) Primo giorno 09.00-11.00 Triage: definizione e concetti generali Metodologia di Triage Fondamenti legislativi nell’attività di Triage Definizione dei codici di priorità Scheda di Triage Scheda di Triage: obblighi &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/12/il-triage-nel-sistema-di-emergenza-sanitaria/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Formazione per una maggiore efficacia nella diagnosi di prima emergenza (Pronto Soccorso)</p>
<p>Primo giorno</p>
<p>09.00-11.00<br />
Triage: definizione e concetti generali<br />
Metodologia di Triage<br />
Fondamenti legislativi nell’attività di Triage<br />
Definizione dei codici di priorità<br />
Scheda di Triage<br />
Scheda di Triage: obblighi formativi e computerizzazione</p>
<p>11.00-11.15<br />
Pausa</p>
<p>11.15-12.30<br />
Triage extraospedaliero</p>
<p>12.30-13.15<br />
Test formativo e discussione</p>
<p>13.15-14.15<br />
Pausa</p>
<p>14.15-15.15<br />
Accoglienza:<br />
1. la comunicazione e i suoi linguaggi<br />
2. gli assiomi della comunicazione<br />
3. dalla presa in carico all’accoglienza</p>
<p>15.15-16.15<br />
Esercitazione e discussione<br />
16.15-17.15<br />
Protocolli di Triage:<br />
a) introduzione<br />
b) illustrazione e flow chart del protocollo sui traumi</p>
<p>Secondo giorno</p>
<p>09.00-11.00<br />
Illustrazione e flow chart dei seguenti protocolli di Triage:<br />
1. dispnea<br />
2. dolore toracico<br />
3. cefalea<br />
4. dolore addominale<br />
5. transitoria perdita della coscienza<br />
6. emorragie digestive<br />
7. vertigini</p>
<p>11.00-11.15<br />
Pausa</p>
<p>11.15-13.15 Esercitazione e casi clinici</p>
<p>14.15-15.00<br />
Illustrazione e flow chart dei seguenti protocolli di Triage:<br />
1. reazioni allergiche<br />
2. gestione del paziente neuropsichiatrico</p>
<p>15.00-17.00<br />
Questionario di gradimento<br />
Test finale<br />
Discussione </p>
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		<title>Introduzione alla comunicazione efficace nelle strutture Sanitarie</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corsi accreditati]]></category>
		<category><![CDATA[ECM]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[comunicazione empatica]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di gruppo]]></category>

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		<description><![CDATA[L’evento è strutturato in 16 ore formative. La metodologia del percorso formativo si baserà sul metodo attivo, brevi lezioni e seminari frontali, lavori pratici in piccoli gruppi con uso di simulate, discussioni aperte. Addestramenti alla comunicazione empatica per una migliore &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/12/introduzione-alla-comunicazione-efficace-nelle-strutture-sanitarie/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’evento è strutturato in 16 ore formative.<br />
La metodologia del percorso formativo si baserà sul metodo attivo, brevi lezioni e seminari frontali, lavori pratici in piccoli gruppi con uso di simulate, discussioni aperte.<br />
Addestramenti alla comunicazione empatica per una migliore comprensione dei bisogni del cittadino e per ottimizzare i gruppi di lavoro.</p>
<p>OBIETTIVI</p>
<p>Conoscere la propria modalità comunicativa come pre – requisito per una maggiore efficacia professionale.<br />
Miglioramento delle capacità di gestione delle relazioni interpersonali in particolare con i pazienti a lunga degenza.</p>
<p>CONTENUTI</p>
<p>9.00 – 9.30 Somministrazione del pre – test e analisi delle aspettative<br />
9.30 – 10.00 Introduzione alla comunicazione efficace in sanità<br />
10.00 – 10.30 Lavoro di gruppo<br />
10.30 – 11.30 La comunicazione verbale e non<br />
11.30 – 13.00 I criteri della comunicazione empatica<br />
14.00 – 14.30 La leadership<br />
14.30 – 15.00 Il conflitto in ambito professionale<br />
15.00 – 16.30 Laboratorio pratico<br />
16.30 – 17.00 Dinamiche di gruppo<br />
17.00 – 17.30 Lavoro di gruppo<br />
17.30 – 18.00 Somministrazione post – test e conclusioni.</p>
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		</item>
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		<title>Metodi e tecniche della mediazione e soluzione dei conflitti in Sanità</title>
		<link>http://www.logoterapia.it/web/2011/05/12/metodi-e-tecniche-della-mediazione-e-soluzione-dei-conflitti-in-sanita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=metodi-e-tecniche-della-mediazione-e-soluzione-dei-conflitti-in-sanita</link>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natalina Barbona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corsi accreditati]]></category>
		<category><![CDATA[ECM]]></category>
		<category><![CDATA[giornata]]></category>
		<category><![CDATA[gruppi di lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro di gruppo]]></category>
		<category><![CDATA[procedure linee guida]]></category>

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		<description><![CDATA[Il corso è accreditato per TUTTE LE PROFESSIONI ED HA CREDITI: 25 OBIETTIVI GENERALI: Sviluppare nei partecipanti capacità di analisi psicologiche ed organizzative cause del conflitto. Fornire strategie di prevenzione e soluzione dei conflitti interpersonali, partendo dal presupposto che il &#8230; <a href="http://www.logoterapia.it/web/2011/05/12/metodi-e-tecniche-della-mediazione-e-soluzione-dei-conflitti-in-sanita/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><P ALIGN="JUSTIFY"> Il corso è accreditato per TUTTE LE PROFESSIONI ED HA CREDITI: 25<br />
OBIETTIVI GENERALI:<br />
Sviluppare nei partecipanti capacità di analisi psicologiche ed organizzative cause del conflitto.<br />
Fornire strategie di prevenzione e soluzione dei conflitti interpersonali, partendo dal presupposto che il conflitto può essere produttivo e condurre a soluzioni di cambiamento creative e positive.</P> </p>
<p>OBIETTIVI DI APPRENDIMENTO:</p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY"> Acquisire capacità di individuazione del conflitto interpersonale all’interno delle organizzazioni, apprendere la modalità di gestione e soluzione del conflitto più efficace; sviluppare la capacità di gestione delle risorse umane in situazioni critiche.<br />
Acquisire capacità di problem solving individuale e di gruppo équipe.</P> </p>
<p>METODOLOGIA:</p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY"> La metodologia del percorso formativo si baserà sul metodo attivo, lezioni e seminari frontali saranno alternate da lavori pratici individuali o a piccoli gruppi.</p>
<p>Si utilizzeranno role play e simulate di scene cliniche realmente accadute nella propria struttura allo scopo di rielaborarle e apprendere dall’esperienza, favorire la creatività e la ricerca di nuove prospettive mantenendo aperti gli interrogativi sul significato di ogni atto professionale.</p>
<p>Tecniche di addestramento alla soluzione dei conflitti e alla comunicazione efficace per una migliore comprensione dei bisogni del Cliente e per ottimizzare il lavoro d’équipe.</P> </p>
<p>Prima giornata (dr. A. Bazzoni)</p>
<p>Ore 09.00 – 09.30 Introduzione del corso, costituzione dei gruppi di lavoro<br />
Somministrazione del pre – test</p>
<p>ore 09.30 – 10.00 introduzione al concetto di negoziazione in sanità</p>
<p>ore 10.00 &#8211; 11.00 valutazione dello stato iniziale e individuazione delle criticità</p>
<p>ore 11.00 &#8211; 12.00 lavoro di gruppo</p>
<p>ore 12.30 &#8211; 13.00 metodi, strumenti e tecniche nella mediazione ,<br />
somiglianze e differenze con le norme ISO 2000</p>
<p>ore 13.00 – 14.00 procedure, linee guida e protocolli</p>
<p>Seconda giornata (dr.ssa N. Barbona)</p>
<p>Ore 09.00 – 10.00 la progettazione in sanità</p>
<p>Ore 10.00 – 11.00 lavoro di gruppo</p>
<p>Ore 11.00 – 12.00 gruppi di lavoro e gruppi per progetto: generalità, obiettivi e modalità di funzionamento</p>
<p>Ore 12.00 – 13.30 la comunicazione empatica in sanità</p>
<p>Ore 13.30 – 14.00 lavoro di gruppo</p>
<p>Terza giornata (dr. A. De Dominicis)</p>
<p>09.00 – 09.30 Introduzione al laboratorio</p>
<p>09.30 – 10.30 Una metafora sul cambiamento</p>
<p>10.30 – 11.30 Gruppi di lavoro ( gli atteggiamenti personali ed organizzativi nei confronti del cambiamento)</p>
<p>11.30 – 12.30 I check up organizzativi e la produzione di strategie: il metodo dell’analisi SWOT</p>
<p>12.30 – 13.30 Pratica di SWOT</p>
<p>13.30 – 14-00 Conclusioni</p>
<p>Quarta giornata (dr. A. De Dominicis dr.ssa N. Barbona)</p>
<p>09.00 – 10.00 L’apprendimento organizzativo e il miglioramento continuo</p>
<p>10.00 – 11.00 gruppi di lavoro</p>
<p>11.00 –12.00 Pensiero sistemico e apprendimento: verso nuovi modelli di lavoro</p>
<p>12.00 – 13.30 La pratica della consultazione nelle situazioni di lavoro (gruppi di consultazione)</p>
<p>13.30 – 14.00 Conclusioni</p>
<p>Quinta giornata (dr. L. Pastore)</p>
<p>09.00 – 09.30 Il conflitto</p>
<p>09.30 – 10.00 Il clima organizzativo</p>
<p>10.30 – 11.30 Il conflitto organizzativo</p>
<p>11.30 – 13.30 La causa dei conflitti, il conflitto interpersonale. La gestione del conflitto, problem solving</p>
<p>13.30 – 14.00 Conclusioni, somministrazione del post &#8211; test e del test valutativo del corso.</p>
<p>STRUTTURA DEL CORSO</p>
<p><P ALIGN="JUSTIFY"> Il Corso è articolato in 5 giornate di 5 ore l’una per un totale di 25 ore formative.<br />
Per ogni edizione sono previsti un massimo di 30 partecipanti.<br />
La somministrazione di un pre e post test permetterà di verificare il raggiungimento degli obiettivi formativi.<br />
Sarà inoltre somministrato un questionario anonimo valutativo del gradimento globale e dei docenti.</P> </p>
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