Il senso della vita e la triade tragica nel ciclo vitale

di Ingrid Russi Zagozen – INTRODUZIONE: Al centro della logoterapia di V. E. Frankl (1994) e` l’uomo nella sua integrita` psico-fisica-spirituale, che e` orientato a trovare e a vivere il significato della propria vita. Ma la verita` e` che molte volte non riesce a percepire questo significato e quando viene confrontato con la triade tragica (la sofferenza, la colpa, la morte) il significato della vita (e della triade tragica) gli sfugge ancora di piu`: o non lo percepisce (non riesce a vederlo) oppure non vuole o non puo` accettarlo (respinge il significato percepito). Con la ricerca abbiamo cercato di analizzare il rapporto che esiste tra il senso della vita e la triade tragica (sofferenza, colpa e morte) nel ciclo della vita. CAMPIONE: I questionari sono stati distribuiti a 840 persone e il 49% di esse gli ha compilato e restituito. Dopo l’eliminazione di alcuni che non erano corettemente riempiti abbiamo preso in analisi 358 questionari. Il campione e` di un’ eta` compresa tra i 18 e i 91 anni (133 uomini e 255 donne). In seguito i sogetti sono stati ragruppati in quattro gruppi. ll livello di istruzione del campione: l’ 81,3% delle persone ha finito almeno la scuola media. L’unica grande deviazione e` nell’ ultimo gruppo dove il 23,4 % delle persone ha solo un educazione minima. QUESTIONARIO: Il questionario comprende 96 domande che si centrano sul senso della vita e sulla triade tragica. Certe domande sono state costruite per lo scopo di questa ricerca, altre fanno parte di alcuni questionari e scale (logoterapeutici e non) gia` esistenti: il PIL (Purpose in Life, Crumbaugh e Maholick, 1969), il LPQ (Life Purpose Questionnaire, Hutzell, 1982), il MIST (Meaning in Suffering Test, Starck,1985), il DAQ (Death Anxiety Questionnaire, Conte, Weiner e Plutchik, 1982), il R-DAS (Revised Death Anxiety Scale, Thorston e Powell, 1994). La persona risponde alle domande con l’aiuto di una scala grafica di 50 mm (vero / falso). Alla fine del questionario ci sono ancora due domande dove la persona gradua su una scala grafica di 80 mm la sofferenza che sta vivendo e la sofferenza massima vissuta. Anche se all’ inizio siamo partiti da una presupposizione logica a quale concetto avrebbe dovuto appartenere una domanda, alla fine e` stata fatta un’ analisi fattoriale (PC, varimax rotation) di tutte le domande insieme e cosi`, su questo campione, le domande si sono raggruppate in cinque scale: La scala del senso della vita (SSV) – La scala della sofferenza (SS) – La scala della colpa (SC) – La scala del morire (SPM) – La scala della paura dell’ annichilimento (SPA). Poi e` stata rifatta l’analisi fattoriale anche su ognuna delle scale ottenute e sono stati estrapolati ancora dei fattori: La scala del senso della vita (SSV, n = 29, Cronbach Alpha = ,92) Soddisfazione con la vita (SSV1). La parte emotiva del significato, l’interesse per la vita, la felicita` per la vita. Quanto sono soddisfatto, contento della mia vita? Lo scopo della vita (SSV2). La parte piu` cognitiva del significato. Quant’ e` significativa ed importante la mia vita, che senso ha? Fuga nel passato (SSV3). C’e` un dubbio nel senso della vita, perche` la vita finisce con la morte. E` questa la ragione che porta la persona a rifugiarsi nel passato, sebbene nel passato non avesse percepito la possibilita` di decisione. Rassegnazione (SSV4). C’e` una mancata percezione di qualsiasi cosa positiva nella vita: la persona deplora il passato, dubita nel senso del presente e ha paura del futuro. Questa rassegnazione puo` arrivare fino alla disperazione. Sensatezza del passato (SSV5). Le persone percepiscono un significato nella loro vita vissuta e sono convinte che valeva la pena di viverla. Orientamento verso il futuro (SSV6). La persona e` orientata verso il futuro, ha dei progetti che vuole realizzare e dei traguardi che vuole raggiungere. La scala della sofferenza (SS, n = 18, Cronbach Alpha = ,85). Il senso della sofferenza (SS1). Rappresenta l’attitudine positiva verso la sofferenza, che viene vissuta come una possibilita` per la crescita interiore. La persona riesce a trovare un senso nella vita malgrado la sofferenza che vive e trova un senso anche nella sofferenza stessa. L’ attitudine verso la colpa (SS2). Rappresenta l’attitudine positiva verso la colpa: la colpa ha un significato e richiede il pentimento. La forza dello spirito (SS3). Rappresenta la convinzione che l’uomo puo` combattere la sofferenza e contrapporsi ad essa. La sofferenza dopo la morte (SS4). La scala della colpa (SC, n = 11, Cronbach Alpha = ,80). I sensi di colpa (SC1). Quanti sensi di colpa ha la persona e la tendenza della persona di sentire i sensi di colpa. Le scelte sbagliate (SC2). Rappresenta le scelte sbagliate fatte e le possibilita` omesse. Le possibilita` realizzate (SC3). La scala della paura del morire (SPM, n = 15, Cronbach Alpha = ,86). La paura della sofferenza (SPM1). La paura del dolore, della sofferenza, della morte, della malattia. La paura di perdere il controllo (SPM2). La paura di perdere il controllo di se stessi nella sofferenza o prima della morte. La paura per l’altro “importante” (SPM3). La paura di lasciare quelli a cui vogliamo bene, la preoccupazione per il loro dolore. La paura dell’ isolamento sociale (SPM4). La paura di morire soli, isolati dagli altri. La scala della paura dell’ annichilimento (SPA, n = 11, Cronbach Alpha = ,85). La paura del non essere, del nulla. ESECUZIONE DELLA RICERCA: I sogetti sono stati selezionati casualmente. All’ inizio abbiamo spiegato i fini della ricerca e poi abbiamo distribuito i questionari alle persone che si sono mostrate disponibili per collaborazione nella ricerca. I questionari sono stati restituiti personalmente o per posta. RISULTATI. Uno dei tre assiomi della logoterapia e` che la vita (e ogni momento della vita) ha un significato (Frankl, 1994) e che il significato esiste sempre e sotto ogni condizione: non c’e` un periodo della vita piu` o meno significativo degli altri. Se qualcuno sostiene che un certo periodo della vita non ha nessun senso o non valeva (non vale) la pena di viverlo (questa valutazione negativa e` tipica per la vecchiaia), non e` perche` oggettivamente il periodo non ha un senso, ma e` la persona che non e` ancora riuscita a scoprirlo. Percio` abbiamo ipotizzato che le persone di diversa eta` non si distingueranno tra di loro nella percezione globale del significato della vita. L’ipotesi e` stata respinta: con gli anni diminuisce la percezione della sensatezza della vita, le persone anziane hanno ottenuto un punteggio piu` basso rispetto agli altri gruppi (r = – ,315 p < .001). Un’ analisi successiva piu` approfondita ci ha pero` mostrato che con gli anni non cambia la soddisfazione per la vita (SSV1) o il percepito scopo della vita (SSV2), quello che cambia e` la percezione del passato (r = ,434, p < .001) e l’orientamento verso il futuro (r = -,441, p < .001). La tendenza di diminuzione dell’ orientamento verso il futuro si manifesta gia` nel secondo e terzo gruppo di eta`, ma piu` drasticamente nella vecchiaia. Con gli anni cambia la prospettiva dalla quale l’anziano guarda la sua vita. Gia` in un’ altra ricerca fatta (Russi, 1996) e` risultato che l’anziano valorizza indipendemente la sensatezza del passato, del presente e del futuro. Da un ottica “di tempo” la vecchiaia e` il periodo della vita piu` vicino alla morte, quando c’e` molto passato vissuto e poco futuro ancora da vivere. L’uomo, ancorato al presente, e` orientato verso il futuro, che puo` almeno in parte prevedere. La vicinanza della morte limita questa possibilita` di prevedere (perche` la morte puo` arrivare ogni momento) e allo stesso tempo provoca paura (la paura della morte). Per questo e` logico che le persone anziane non sono tanto orientate nel futuro e non si pongono tante mete da raggiungere quanto i piu` giovani. Da un punto di vista logoterapeutico e psicoigenico questo e` pure positivo, poiche` un’ esagerata orientazione verso il futuro porterebbe alla disperazione e alla depressione: la persona sarebbe in continua competizione con il tempo. La vecchiaia richiede mete reali, che sono differenti dalle mete che si pone la persona in eta` giovane o in eta` matura. Queste mete sono legate ai significati specifici dell’ ultimo periodo della vita. Percio` possiamo concludere che la percezione del futuro nelle persone anziane e` veramente fondata sul presente e non e` problematica, tranne nel momento in cui l’anziano deve confrontarsi con la morte. Questo confronto pero` e` evoluzionalmente necessario. Quello che si e` dimostrato problematico nelle persone anziane comprese nella nostra ricerca e` invece la percezione del passato. Sembra come se le persone anziane non riescano a trovare un significato piu` profondo nel loro passato e non sappiano dargli un valore. Ma e` proprio questo passato che rappresenta la ricchezza che solo loro hanno: quello che hanno vissuto e fatto e` eterno (Frankl, 1994). Dall’ altra parte e` la morte che vedono davanti che li fa scappare indietro, proprio nel passato che non sanno valorizzare abbastanza. Jung (1977) scrisse:”… e come se le persone anziane avessero un significato e una meta, ma piuttosto che andare avanti con il tempo, vanno indietro contro il tempo”. La morte ha – almeno ad un livello inconscio – una grande importanza nella vita e specialmente nella vita della persona anziana. Provoca dubbi e paure e quando si avvicina implica un confronto con se stessi e con la vita. Per questo e` importante lo sguardo retrospettivo alla propria vita (Butler, 1963, Levinson 1978, Marshall, 1982, Erikson, 1982), per il quale potremmo dire che e` il significato specifico della vecchiaia. L’uomo valuta il proprio passato, le cose realizzate, gli sbagli fatti. Durante tutta la vita puo` correggere o cambiare, valutare il passato, le decisioni e scegliere le possibilita` nel presente pensando al futuro, pero` nella vecchiaia non puo` ricominciare, non puo` correggere piu` di tanto, quello che pero` puo` e deve fare e` prendere un attitudine verso le cose vissute (o verso se stesso) e` dare un senso globale alla vita. I risultati della ricerca (analisi fattoriale) mostrano anche che parlando della paura della morte si deve distinguere due paure: la paura del morire e la paura dell’ annichilimento. La paura del morire si genera nella dimensione psicofisica e si riferisce su essa, la paura dell’annichilimento invece si genera nella dimensione spirituale e trascende l’uomo, e` una paura autentica, irriducibile alla dimensione psico-fisica (Tillich, 1961, Boss, 1962, Frankl 1994, Trstenjak, 1993), e` una paura difficile da descrivere, piu` che paura e` angoscia che sentiamo dentro di noi pensando “che saremo niente o cosa e come saremo”. La paura del morire aumenta con l’ eta` della persona (r = ,28, p < .001) ed e` specialmente evidente nella vecchiaia, mentre la paura dell’annichilimento e` indipendente dall’ eta`. Con l’eta` diventa piu` forte la paura della sofferenza prima della morte (r = ,276, p < .001) e la paura di perdere il controllo di se stessi prima della` morte (r = ,241, p < .001), e nella vecchiaia diventa piu` forte anche la paura del isolamento sociale che nella mezza eta` si e` un po’ placata. Non e` per niente strano che la paura del morire con gli anni diventa sempre piu` forte, anche perche` la morte e` sempre piu` vicina (non e` piu` tanto astratta o “impossibile”). Oggi le persone muoiono da sole, lontano dai occhi dei famigliari, socialmente isolate negli ospedali e nelle case di cura, e forse – paradossalmente -soffrono pure di piu` di una volta. Frankl (1994) parlando della morte dice: della morte come fine hanno paura solo quelle persone che non hanno compiuto qualcosa. La ricerca l’ha confermato: in tutti i periodi della vita e` con un mancato significato che si collega una piu` elevata paura dell’annichilimento (r = -,349, p < .001). Questo ci dimostra che le cose realizzate sono eterne, mentre le possibilita` sono temporanee. Con le cose realizzate in un modo simbolico sopravviviamo la morte, diventiamo immortali. I risultati ci confermano anche un altra cosa che sostiene la lofoterapia: chi fa scelte sbagliate o omette le possibilita` di significato che ha, dovra` prima o poi confrontarsi con la colpa (tabella 3). Percio` e` l’ uomo che non vede un significato nella propria vita l’ uomo che che vive i sensi di colpa, che soffre e che ha paura della morte come non essere. L’uomo che sofre, il homo patiens, e nella logoterapia un concetto importante, perche` la sofferenza fa parte della vita umana e quando l’uomo non puo’ combatterla e chiamato ad assumere un giusto atteggiamento verso questa esperienza. Parlando di sofferenza dobbiamo distinguere l’attitudine per la sofferenza, che rappresenta l’aspetto cognitivo, dall’ esperienza della sofferenza, che rappresenta l’ aspetto emotivo. Nella ricerca abbiamo chiesto alle persone di valutare: quanto soffrono oggi e di comparare questa sofferenza alla massima sofferenza vissuta la massima sofferenza finora vissuta e di compararla alla massima sofferenza che (ipoteticamente) puo` colpire l’uomo durante la sua vita. Le risposte mostrano che, con gli anni, cambia questa valutazione. Piu` la persona e` vecchia e piu` la sofferenza attuale si avvicina alla massima sofferenza vissuta (r = ,232, p < .001), mentre la massima sofferenza vissuta sembra di avvicinarsi alla sofferenza massima possibile (r = ,250, p < .001) . Questo ci dimostra che la sofferenza fa parte della vita, che e` inevitabile e che – per esprimerci simbolicamente – “piu` a lungo vivremo, piu` soffriremo”. La vita ci da` tante possibilita`: la possibilita` di creare, di amare, di essere felici, ma per aver questo dobbiamo prendere in appalto che anche soffriremo. Poi, con gli anni, cambia leggermente anche l’attitudine verso la sofferenza, che viene percepita piu` positivamente (r = ,144, p < .01). Anche l’esperienza e l’attitudine sono correlate: le persone con un’ attitudine piu` positiva verso la sofferenza, soffrono di piu` (SA; r = ,12, p < ,05; MT; r = ,17, p < ,01). Ci sono due possibilita`per questo collegamento (che poi e` un po’ simile anche tra i sensi di colpa e l’attitudine verso la colpa): la persona che soffre cerca di trovare un significato positivo nella propria sofferenza ed anche la persona con un’attitudine positiva verso la sofferenza e` piu` disposta ad ammettere che soffre, perche` la sofferenza non viene vissuta come un’ emozione negativa, che deve essere respinta o negata. CONCLUSIONI. Tenendo conto dei limiti della ricerca possiamo concludere che l’uomo e` veramente orientato a trovare e a vivere il significato della propria vita. Se questo non gli riesce soffre, vive i sensi di colpa e a paura della morte come annichilimento del essere. Ma allo stesso tempo dobbiamo amettere anche che il periodo della vita nel quale si trova la persona e` una determinante importante nella percezione della sensatezza dei diversi periodi della vita e nella esperienza della triade tragica. L’uomo, invecchiando, si orienta meno al futuro e piu` verso il passato, ha piu` cose realizzate, ma anche piu` sofferenza vissuta e piu` paura del morire.
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Pubblicato in L.A. nr. 9-10 - Anno 2010 | Lascia un commento