La logoterapia nel lavoro con malati di AIDS

di Lissy Pawelka* – Per sei anni ho lavorato con pazienti affetti da AIDS, sviluppando con loro progetti per una vita nuova con la malattia e molto spesso ho accompagnato il loro morire. Ho avuto la grande fortuna di conoscere tutte le belle idee del mio grande insegnante, Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia. All’università non ho trovato nessun’altra terapia che potesse essere d’aiuto riguardo ai grandi temi dell’uomo: la colpa, la morte, la sofferenza. Spesso ho avuto l’impressione che la psicologia classica non trattasse adeguatamente quegli ambiti; infatti, ad es. la colpa non esiste perché c’è sempre la scusa di un’infanzia infelice o dell’ambiente sociale, mentre per la morte e la sua preparazione e anche per la sofferenza si ritiene competente solo la chiesa. Non per caso la logoterapia è stata inventata da quel medico ebreo che ha sofferto per quattro anni in campi di concentramento diversi, avendo conosciuto tutto quello che riguarda “la triade tragica” come diceva lui: la colpa, la morte e la sofferenza. Con questi sette casi vorrei mostrare quest’ultimo aspetto della logoterapia: come riuscivo a venire a contatto con persone diverse sia per la loro cultura, sia per i loro desideri. Sono molto grata per questa esperienza che ho fatto con più di 500 malati e soprattutto con quei circa 200 di cui forse ho potuto alleviare il morire. Caso 1 Il ricordo dell’infanzia come luogo della sicurezza: Gunther, tedesco, malato di AIDS La prima volta che feci la conoscenza di Gunther (42 anni), era nell’ospedale con un’infezione grave di toxoplasmosi: Come si accorse della sua perdita di memoria e del suo disorientamento, fu preso da un intenso sentimento di paura. Ogni giorno, quando gli facevo visita, gli chiedevo di raccontarmi della sua infanzia in campagna. Questo aveva un effetto rassicurante per lui. Allora lo incoraggia a parlare più dettagliatamente anche delle persone che vivevano ancora là. Alla fine manifestò il desiderio di ritornare nella regione dove aveva trascorso un periodo così bello, con persone semplici e amabili. Dopo la dimissione dall’ospedale, lo accompagnai nel suo primo viaggio verso l’infanzia. Gunther si sentiva evidentemente sollevato. Gli piaceva rivivere il passato e la familiarità del dialetto locale, e il comportamento cordiale di quelli che lo riconoscevano dopo così tanti anni, fu un’esperienza eccezionale per lui. Presto, tuttavia, una nuova infezione peggiorò la situazione di salute di Gunther. Diventò cieco. Così parlavo io e ripetevo tutto quello che mi aveva raccontato precedentemente: le sue avventure con le oche del vicino, storie divertenti di giochi allegri nel fieno, il suo ottimo amico, e un gatto nero di nero di nome Peter. Peter riviveva nella sua fantasia e Gunther cominciava a carezzare il gatto immaginario mormorando: “Peter, mio caro”. “Adesso dormi bene con il tuo Peter”, gli dicevo salutandolo. Gunther morì molto presto, ma io non dimenticherò mai quanta consolazione aveva ricevuto dal ricordo della sua infanzia. Caso 2 Linguaggio verbale e non verbale nel contatto con i pazienti: Samuel, malato di AIDS, proveniente dal Ghana. Samuel un ventisettenne del Ghana, aveva trascorso un anno in Germania quando fu ricoverato con grave una toxoplasmosi. I dottori mi chiesero di rallegrarlo un po’ visto che passava le giornate immobile a letto, con gli occhi fissi sul muro. Inoltre, mi dissero: “è emiplegico e non può parlare. Non c’è speranza, purtroppo il danno è di origine cerebrale”. Mi presentai a Samuel in inglese. Gli chiesi se potevo essergli utile e gli dissi di scrivere la sua risposta con una matita su un pezzo di carta che gli porsi. La sua risposta fu un semplice cenno di disapprovazione con il capo. Non si degnò neppure di guardarmi e si rigirò immediatamente verso il muro. Non sapevo cosa fare. Dopo un po’ lo lasciai dicendogli “A domani”. “Forse il danno cerebrale è già in uno stadio molto avanzato”, pensai visto che Samuel aveva mostrato una reazione così modesta. Il giorno dopo andai da lui con una grande palla leggera. Dicendogli “ciao” lanciai la palla nella sua direzione ed egli la prese con la mano non paralizzata. Ripetei il gesto più volte. Ad un tratto mi guardò per la prima volta. Grandi occhi tristi in un viso altrimenti immobile. “Ehi, ragazzo, scendi dal letto, così possiamo giocare meglio”, gli dissi. Effettivamente Samuel si alzò, lentamente, sforzandosi di non perdere l’equilibrio. Ci volle parecchio prima che si mettesse le scarpe, ma intenzionalmente non l’aiutai. Non volevo fargli sentire che lo trattavo come una persona inabile. Giocammo per un po’, finché non sembrò quasi esausto. Il giorno dopo gli lanciai la palla non appena entrai nella stanza dicendogli: “Tu hai voglia di parlare, vero? Basta che tu dica di si, solo si, è facilissimo, qualunque bambino lo sa fare. D’accordo?”. Ripetei la frase varie volte, ogni volta lanciandogli la palla più forte. Ogni volta Samuel prendeva la palla e infine un suono rauco uscì dalla sua gola. “Urrà, ti ho sentito, riesci a parlare, sei solo troppo pigro, non è vero?” per la prima volta lo vidi sorridere. Continuammo a giocare con la palla. Il giorno dopo ci fu la svolta decisiva. Quando lo provocai dicendogli “Ehi pigrone, dì si, so che lo sai dire!” Un si abbastanza chiaro uscì dalle sue labbra. Gli battei sulla spalla facendogli il segno di vittoria e saltando di gioia per tutta la stanza. Samuel rise vivacemente. Almeno dieci volte gli feci ripetere il suo “si” appena conquistato e poi lo esibimmo a chiunque incontrassimo. Da allora in poi fece grandi progressi. Ogni giorno imparava nuove parole e inoltre mi accompagnava in giardino, anche se ciò non era facile a causa della sua emiplegia . Aveva recuperato l’ottimismo. Fu un avvenimento quando cantammo “We shall overcome” insieme agli amici africani. Ovviamente la canzone non era solo la dimostrazione che aveva recuperato l’uso della parola, ma era anche l’espressione di una nuova speranza. Da allora Samuel raccontò molto del suo paese africano. Probabilmente non lo rivedrà più perché là non ci sono sufficienti cure mediche per lui. Mi ha fatto piacere vedere i suoi progressi e ho trascorso molto tempo con lui nella sua stanza. Spesso modellavamo con la plastilina degli animali africani, e la sua abilità in questo campo era molto migliore che nel disegno o nella pittura a volte cantavamo canzoni e suonavamo il suo tamburo di ceramica. Samuel morì tre mesi dopo. Caso 3 L’automobile come parte dell’identità culturale e personale: Rolf, tedesco, malato di AIDS Invitai Rolf nel mio ufficio e gli spiegai- come i medici avevano già fatto- che non sarebbe morto per quella polmonite e che sarebbe stato dimesso dall’ospedale dopo tre settimane. Gli promisi anche di fargli visita regolarmente in corsia. Ad ogni visita, tuttavia, mi diceva che aveva ancora molta paura. Scoprii che dimenticava la sua paura solo quando parlava della sua piccola “Mini”, a cui era molto affezionato. Gli fornii opuscoli e riviste tecniche su quel tipo di auto e da quel momento i suoi occhi si illuminavano quando mi vedeva e quando cominciavamo a parlare del suo argomento preferito. Mi disse anche che teneva un motore turbo sul davanzale della sua finestra e che aveva intenzione di dotare la sua “Mini” di quel motore. Quando Rolf si ristabilì un po’, chiesi che gli fosse permesso lasciare la corsia per alcune ore. Salimmo insieme sulla sua piccola auto che ci aspettava davanti all’ospedale e andammo nel suo appartamento. Era felice. Da casa chiamò il reparto ricambi della fabbrica di automobili americana, il che costituiva un piacere costoso, ma fu così contento di sapere che i super spoiler che aveva ordinato gli sarebbero stati spediti proprio dall’America! Tornati in ospedale calmai i suoi ricorrenti attacchi di panico grazie ad una specie di viaggio fantastico. Mentre lui ascoltava con gli occhi chiusi io gli descrivevo come avrebbe guidato la sua “optionals”. Questo fu un rimedio efficace. Dimesso dall’ospedale, Rolf era spesso tormentato da tremendi attacchi di depressine. In questi momenti mi telefonava e parlavamo per ore, molte volte ci davano appuntamento per un giro nella sua “Mini”. Con l’avanzare della malattia, Rolf non poté più lasciare l’appartamento. Durante le mie visite mi mostrava foto della sua amata automobile che nel frattempo aveva venduto. Mi confidò che era stata l’automobile che lo aveva aiutato nei momenti peggiori della malattia e che il ricordo dei nostri viaggi era ancora fonte di gioia e di piacere per lui. Rolf morì tre anni dopo che ci eravamo incontrati nella sala d’attesa dell’ambulatorio. Caso 4 Opportunità e modi di esprimere emozioni: Charles, ugandese, malato di AIDS Charles aveva ventitré anni e proveniva dall’Uganda. Con il viso rivolto al soffitto, si aggirava piangendo e gridando senza sosta nelle sala di attesa dell’ambulatorio. I medici non sapevano che fare; vani erano stati tutti i tentativi di calmarlo. Poco tempo prima gli avevano detto che il suo test HIV era positivo. Come in trance se la stava prendendo con Dio per avergli mandato quella punizione, senza che lui avesse commesso alcun crimine…, lo avvicinai, gli misi una mano sulla spalla e in inglese lo invitai nel mio ufficio a continuare la sua disputa con Dio. Mi gettò un’occhiata poi continuò le sue lamentazioni seguendomi prontamente. Nel mio ufficio gli dissi di continuare e di dire al suo Dio qualunque cosa si sentisse di dirgli. Per circa mezz’ora Charles continuò ad esprimere il suo dolore in questo modo, poi si placò. Gli chiesi se volesse venire con me alla chiesa cattolica dell’ospedale ed egli acconsentì. Comprai cinque candele e lo incoraggiai a portarle, una alla volta all’altare e a formulare ogni volta un desiderio per sé. Serio ed eretto andò all’altare, per cinque volte, formulando un desiderio ogni volta. Poi si sedette in una delle panche. mi sedetti accanto a lui. Dalla tasca estrasse una piccola Bibbia e incominciò a leggere ad alta voce. Poi mi diede il libricino, mi indicò una certa pagina e disse “Tocca a te”. Soddisfai il suo desiderio e lessi a voce alta. All’improvviso si alzò, ormai calmo e sereno, esprimendomi il suo ringraziamento e dicendomi che ora si sentiva molto meglio. Ogni volta che veniva da me, ripetevamo il rito delle candele, che apprezzava moltissimo. Più tardi mi disse che aveva fiducia in me perché non avevo cercato di fare il “maledettissimo strizza cervelli”, ma avevo rispettato i suoi sentimenti. Caso 5 Il desiderio di longevità in natura: Fred, tedesco, malato di AIDS Sotto tre strati di coperte e scosso da brividi di freddo, così trovai Fred, 26 anni, nel suo letto di ospedale la prima volta che gli feci visita. Mi ero appena presentata quando mi chiese di fargli un favore. “Ho una quercia a casa, sai, e morirà se nessuno l’annaffierà”. Mi diede la chiave del suo appartamento. Quando vidi la “quercia “ sul davanzale della finestra, non potei fare a meno di ridere: era una piccola pianta con tre foglie, di circa 10 cm di altezza. Senza esitare, portai il vaso in ospedale: Fred fu immensamente felice di riavere il suo “albero” accanto ed era commovente vedere la sua gioia. Mi spiegò che entro breve tempo aveva intenzione di trapiantare l’alberello in aperta campagna e che cent’anni dopo un’enorme quercia avrebbe testimoniato la sua esistenza. Quando lo andavo a trovare parlavamo sempre della natura e di quanto l’uomo sia legato ad essa. Dopo un po’ di tempo, Fred incominciò a parlare della sua morte, che sapeva non essere lontana. “Sì”, diceva, “ho paura non della morte, ma del morire”. Ciò che temeva di più era essere lasciato solo al momento della morte. Così facemmo in modo di assicurargli che qualcuno sarebbe stato presente. Sua madre, i suoi fratelli e sorelle promisero di venire non appena Fred li chiamasse. Fred temeva anche di soffrire per il dolore. trovammo un dottore che promise di prendersi cura di lui anche a casa (dove voleva morire) e assicurò che gli sarebbero state somministrate dosi sufficienti di analgesici. Poi Fred si mise a pensare a che cosa sarebbe stato di lui dopo la morte. Non lo convincevano le immagini del paradiso e dell’inferno cristiani, né il nirvana buddista. Il suo desiderio era di tornare alla natura in un modo molto concreto, immaginava come il suo corpo si sarebbe disintegrato nei suoi composti chimici e come questi si sarebbero reintegrati nel ciclo naturale. Comunque, non aveva ancora trovato il cimitero giusto. Appena le sue condizioni glielo permisero, dovetti accompagnarlo a visitare una serie di cimiteri per trovare quello che corrispondesse ai suoi desideri. Doveva essere lontano dalla città, silenzioso con molti alberi. Un giorno trovò il suo cimitero, la sua futura ed ultima dimora di riposo gli piacque tanto che non mostrò alcuna intenzione di andarsene. Cominciai a preoccuparmi perché si era già fatto buio, le candele tremolavano sulle tombe, e avevamo davanti un lungo viaggio di ritorno, ma Fred sembrava in estasi. Sedeva con la schiena appoggiata ad un grande tiglio e sognava di vivere lì, la sua anima integrata con la natura, con quei meravigliosi alberi e il cielo stellato lassù. Ben presto portammo la sua quercia in campagna. Con gesto reverente la piantò nel terreno, la annaffiò con l’acqua che aveva portato con sé e sprofondò nel silenzio. Ciò che era importante per lui era stato fatto, la quercia era stata piantata, si era trovato il cimitero giusto, ora poteva morire in pace. Le cose andarono in modo diverso da come Fred aveva previsto, ma alla fine non ebbe importanza. I genitori di Fred possedevano una tomba di famiglia vicino al loro luogo di residenza. Quando seppero dei progetti del loro figlio, furono molto dispiaciuti. Fred, comunque aveva trovato la pace, e con un sorriso sul volto accettò quando sua madre gli chiese di abbandonare il suo progetto e di optare per la tomba di famiglia. Per lui il cammino era stato più importante della destinazione. Caso 6 Tabù religioso e contatto fisico: Osman, turco, malato di AIDS Quando Osman divenne mio paziente era già stato ospedalizzato per parecchio tempo. Questo quarantaduenne turco era venuto in Germania come lavoratore straniero, mentre sua moglie e i suoi quattro figli erano rimasti nel paese di origine. L’essere contaminato da AIDS non significa soltanto una rovina personale per lui, ma anche un tremendo fallimento rispetto alle sue convinzioni religiose. Secondo il Corano, mi disse, doveva ora affrontare il disprezzo di tutti gli uomini puri. Queste scarne informazioni furono il frutto di un breve momento di disponibilità a comunicare che si verificò quando perse il controllo per un episodio febbrile. Dopo di ciò ripiombò nel silenzi, pronunciando soltanto alcune frasi di circostanza. Il suo atteggiamento di distacco era, fra le altre ragioni, dovuto al fatto che considerava lesivo della sua dignità di uomo affidarsi a una donna. Oman soffriva di terribili spasmi gastrici che il medico giudicò psicogeni. Gli esami diedero tutti esiti normali. Come avrei potuto farlo rilassare, visto che non era disposto ad accettare alcuna forma di comunicazione né emotiva, né spirituale, né fisica? (i miei pazienti tedeschi, per esempio, gradiscono molto essere tenuti fra le braccia o essere accarezzati). Osman morì molto presto senza rivedere il suo paese natale e la sua famiglia. Ho la sensazione comunque, che parte della sua disperazione si fosse trasformata in legittimo orgoglio per una vita che era stata nel complesso riuscita. Caso 7 Celebrare religiosamente la morte Bob, americano, malato di AIDS Bob aveva 28 anni. Lo conobbi poche ore prima che morisse. Dall’aeroporto di Monaco era stato portato in ospedale, sebbene lui volesse tornare a casa a New York. Ora giaceva solo nel suo letto, non abbastanza forte per sedersi e sapeva che questa era la fine. Come potevo aiutarlo? Non sapevo niente di lui e della sua vita, non c’era traccia di precedenti contatti, e fare conversazione con lui era impossibile a causa della sua crescente difficoltà respiratoria. Per caso un’infermiera mi disse: “A proposito, è buddista”. Gli chiesi se voleva che gli raccontassi delle mie visite ai monasteri buddisti in Nepal alcuni anni addietro. Ne fu molto contento e in un’occasione, quasi rise. Ciò accadde quando gli raccontai che in uno dei monasteri in alta montagna non solo avevo trovato monache sedute sui sacri tappeti, ma anche alcuni buffi cuccioletti che mordevano le loro tonache durante le cerimonie dell’OM. Poi gli chiesi se ci fosse qualche rito che volesse praticare come preparazione alla morte e che avrei potuto aiutare compiere. Espresse il desiderio di una candela e di un particolare fiore blu. Trovare la candela non fu un problema, ma fu impossibile trovare un fiore della specie desiderata in qualsiasi negozio di fiori. Alla fine comprai due fiori blu di diverso genere, sperando che ne avesse accettato uno in sostituzione di quello richiesto. Quando ritornai Bob scelse accuratamente uno dei due fiori blu che misi in un bicchiere accanto al suo letto. Accesi la candela e attesi ulteriori istruzioni.

 

*Psicologa e Logoterapeuta
animatrice sociale
Germania

 

Pubblicato in L.A. nr. 2 - Anno 2002, Logoterapia Applicata - Periodico di scientifico di analisi esistenziale | Contrassegnato , , | Lascia un commento